Intervento di: Simona Maria Pavia ed Eleonora Macchini,
Studentesse di Strategic communication, Università IULM
Negli ultimi anni, il modo di lavorare nelle organizzazioni è cambiato radicalmente per tre motivi principali: la pandemia da Covid-19, che ha accelerato l’adozione del lavoro da remoto; la trasformazione digitale, che ha rivoluzionato i modelli di business, mettendo in discussione l’ufficio tradizionale basato su gerarchie e presenza fisica; e la crescente attenzione alla sostenibilità ambientale, che ha spinto molte aziende a riorganizzarsi per ridurre le emissioni.
Le diverse generazioni aziendali hanno affrontato questo cambiamento in modo differente. In particolare, nonostante per la GenZ la possibilità di lavorare da remoto sia ormai considerata una priorità nella scelta del lavoro, il 40% dei giovani tra i 18 e i 24 anni dichiara di preferire il lavoro in presenza rispetto al full remote (Randstad Workmonitor 2023).
Infatti, se da un lato il lavoro da remoto migliora efficienza e concentrazione, quello in presenza rafforza il senso di appartenenza, promuove la connessione con l’organizzazione e facilita l’interazione sociale e la collaborazione con i colleghi.
Entrambe le modalità presentano però anche delle criticità. Secondo lo studio GenZ and Millennial Survey 2024 di Deloitte, il ritorno in ufficio ha comportato per la GenZ aumento dello stress, costi maggiori e calo della produttività. Al contrario, chi lavora solo da remoto segnala isolamento, difficoltà di integrazione nel team e un livello maggiore di disengagement organizzativo e relazionale.
Ciò che emerge è quindi un quadro complesso, dove non esiste una formula valida per ogni contesto aziendale né per ogni generazione. Spetta quindi alle singole organizzazioni trovare il giusto compromesso tra i due poli, tenendo in considerazione aspetti chiave quali cultura organizzativa, la tipologia di leadership, gli spazi fisici lavorativi e le tecnologie a disposizione dei dipendenti.
È proprio la combinazione di questi fattori a orientare la GenZ nella scelta della modalità di lavoro più adatta alle proprie esigenze. In particolare, nelle fasi iniziali della carriera professionale, emerge con forza il bisogno di lavorare in presenza: un’esigenza legata alla comprensione del proprio ruolo, all’apprendimento delle mansioni, alla costruzione di relazioni con i colleghi e alla crescita del senso di appartenenza. In questo scenario, un processo di on-boarding efficace e strategicamente strutturato si rivela fondamentale per favorire il benessere, aumentare il coinvolgimento e migliorare le performance, contribuendo a sviluppare un legame concreto con l’organizzazione e una maggiore propensione a restare nel tempo.
La GenZ dà grande importanza anche al bilanciamento vita-lavoro e al sentirsi parte di un progetto più ampio con valori condivisi. Anche gli spazi lavorativi sono centrali: servono ambienti che favoriscano collaborazione, relazioni autentiche, senso di appartenenza e al contempo permettano concentrazione e autonomia.
Guardando al futuro, presenza e remoto possono coesistere, a patto che le aziende sappiano intercettare e valorizzare ciò che conta davvero per le nuove generazioni. La GenZ chiede ambienti di lavoro che siano flessibili, certo, ma soprattutto significativi e per creare engagement le aziende devono adottare tecnologie che supportino entrambe le modalità favorendo la condivisione, il dialogo orizzontale e la partecipazione attiva.
Il futuro del lavoro trascende sul “dove”, per approdare al “perché”. Per la GenZ, lavorare è un’esperienza di crescita, riconoscimento e contributo, indipendentemente dal luogo. Le aziende che sapranno ascoltare e creare spazi fisici e digitali autentici saranno quelle capaci non solo di attrarre talenti, ma di farli restare.

