di Suamy Evola e Carola Venegoni, Studenti IULM
Come stanno cambiando le narrazioni sportive nell’era digitale?
Per decenni la narrazione dello sport è rimasta nelle mani dei media tradizionali. Giornali, televisioni e telecronisti costruivano il racconto delle competizioni e influenzavano l’opinione pubblica. Con la diffusione dei social media però questo modello è cambiato. Gli atleti possono raccontare in prima persona aspetti che un tempo restavano fuori dalla comunicazione ufficiale: allenamenti, dubbi, difficoltà o decisioni personali. Questo tipo di comunicazione, definito direct storytelling, permette agli sportivi di condividere direttamente la propria esperienza senza passare necessariamente attraverso il filtro dei media tradizionali o delle organizzazioni sportive.
Parallelamente è cambiato anche il ruolo dei fan. Il pubblico non è più solo spettatore, ma ha un ruolo nella costruzione della vicenda. Clip online, meme, video reaction e discussioni sui social contribuiscono a reinterpretare ciò che accade in campo. In questo modo non esiste più una sola versione dei fatti, ma prospettive diverse che convivono e si influenzano. Questo processo, definito co-creation, permette ad atleti, organizzazioni sportive e community di partecipare insieme alla costruzione della narrativa sportiva.
Ma in questo coro di voci, a quale narrativa crede davvero la Gen Z quando si parla di sport? Le storie più credibili sono spesso quelle che arrivano in modo diretto e meno filtrato. Temi come la pressione competitiva, la salute mentale e l’equilibrio tra carriera e vita privata rendono questo tipo di contenuto più vicino alla sensibilità della Gen Z e riflettono nuovi valori dello sport contemporaneo, più attenti al benessere personale e all’identità degli atleti. In questo contesto si capisce perché i social media siano diventati una delle principali fonti di contenuti sportivi per i più giovani: secondo un report Deloitte (2025), oltre il 90% dei fan della Gen Z e dei millennial li utilizza per seguire lo sport.
Un esempio recente di questa nuova narrativa è il caso della pattinatrice statunitense Alysa Liu. Dopo essersi ritirata dalle competizioni a soli sedici anni, una decisione rara nello sport di alto livello, Liu è tornata a gareggiare alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, dove ha conquistato la medaglia d’oro nel pattinaggio artistico. Liu ha attirato l’attenzione non solo per il risultato sportivo, ma per il modo autentico con cui ha raccontato il proprio percorso. Attraverso social e interviste ha parlato apertamente delle difficoltà che l’avevano portata a fermarsi e della scelta di tornare a competere alle sue condizioni, condividendo anche il lato più creativo della sua identità, dalle musiche alle coreografie. In questo modo non appare solo come una campionessa olimpica, ma come una voce che rappresenta una generazione che vede nello sport uno spazio per esprimere se stessa.
«Winning isn’t all that and neither is losing. It’s just something that happens… what matters is the input and the journey» (TNT Sports, 2026).
In conclusione, la trasformazione della narrativa sportiva riguarda soprattutto il modo in cui queste storie vengono raccontate e condivise. Oggi lo sport si sviluppa in un ecosistema fatto di atleti, piattaforme digitali e community. In questo contesto il successo di una narrativa dipende dalla capacità di creare un racconto autentico e condiviso. E oggi, più che mai, quella storia viene scritta insieme.

