QUANDO L’AZIENDA APRE LE PORTE: PRESIDI URBANI TRA OPPORTUNITÀ E RISCHI

Intervento di: Marianna D’Ovidio, Professore Associato,
Università di Milano-Bicocca

Stiamo assistendo a un fenomeno interessante nelle nostre città: sempre più aziende stanno aprendo i loro spazi al pubblico, trasformando sedi e stabilimenti in luoghi di visita, cultura e socialità. È una tendenza che merita attenzione, perché tocca questioni centrali del rapporto tra impresa e territorio, tra sviluppo economico e coesione sociale.

Il primo elemento da considerare è il contesto in cui questo fenomeno si inserisce. Negli ultimi anni è aumentato enormemente il turismo urbano, anche quello di prossimità. A Milano, per esempio, vediamo persone che vanno a esplorare quartieri diversi dal proprio, cosa che prima non accadeva con questa frequenza. Questo nuovo modo di vivere la città crea un terreno fertile per l’apertura degli spazi aziendali: c’è una domanda di esperienze autentiche, di scoperta del territorio, di connessione con la storia produttiva dei luoghi.

Parallelamente, assistiamo a una rivalorizzazione dei brand storici e del patrimonio industriale. Il museo Campari a Sesto San Giovanni, la creazione del museo di Nuvola Lavazza, la fabbrica Branca che apre alle visite guidate, sono esempi di come le aziende stiano riscoprendo il valore narrativo dei propri spazi. C’è una fascinazione per la fabbrica nella città, una sorta di archeologia industriale che diventa esperienza contemporanea. È interessante notare come questa romanticizzazione del lavoro manifatturiero avvenga proprio quando quel tipo di lavoro è largamente scomparso dalle nostre città. Liberati dalla durezza della produzione industriale, questi spazi possono finalmente raccontare storie, trasmettere heritage, creare connessioni emotive.

Ma attenzione: non tutti gli spazi sono uguali, e la loro collocazione geografica è cruciale. Quando una sede aziendale aperta al pubblico si trova in zone centrali o semicentrali, l’impatto sulla città può essere relativamente neutro: si inserisce in flussi già esistenti, in quartieri già frequentati. La vera sfida – e la vera opportunità – si presenta quando questi spazi si trovano in aree marginali o periferiche.

Qui emerge quella che definirei la natura ambivalente del fenomeno. Da un lato, l’apertura di spazi aziendali in quartieri periferici può svolgere una funzione preziosa di attrazione, di collegamento, di ricucitura delle cesure urbane. Può portare vita, attività, investimenti in zone dimenticate. Dall’altro lato, c’è il rischio concreto di innescare processi di gentrificazione, con l’aumento dei valori immobiliari e l’espulsione progressiva dei residenti originari, generando anche nel lungo periodo problemi ai dipendenti dell’azienda stessa.

La discriminante sta nel modo in cui l’apertura viene concepita e gestita. Se parliamo di operazioni puramente estrattive, dove l’azienda usa il territorio solo per valorizzare il proprio brand senza considerare l’impatto sulla comunità locale, allora l’apertura degli spazi può diventare più pericolosa che positiva. Ma se invece l’azienda entra a far parte di una visione collettiva del territorio, se dialoga con le istituzioni locali e con i residenti, se contribuisce a valorizzare il “valore d’uso” del quartiere per chi ci abita, allora può diventare un presidio urbano prezioso. A tal fine, è fondamentale che l’azienda si interfacci con una governance territoriale partecipata. Solo così gli spazi aziendali aperti possono diventare risorse per la comunità, arricchendo il territorio ed aprendosi alla città.

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