ACCENDERE LA TV O SCROLLARE UN SOCIAL? L’INFORMAZIONE NELL’ECOSISTEMA DIGITALE

Filippo D’Asaro, Head of new media Will

“Ah ma i giovani non si informano”.

Questo, insieme a tanti altri, è uno degli stereotipi che guidano il discorso pubblico sul rapporto tra giovani e informazione in Italia oggi.

Per andare oltre i luoghi comuni, è utile guardare ai dati che abbiamo a disposizione, a partire dal Digital News Report 2025 prodotto dal Reuters Institute, una delle fonti più autorevoli. Guardando al confronto tra generazioni, emerge un dato che rende l’Italia un’anomalia rispetto al contesto internazionale: la televisione resta la fonte principale d’informazione (51%), mentre l’uso delle fonti online è inferiore rispetto a Paesi simili.

Tuttavia, se si osservano gli under 35 — e in particolare i 18-24enni — il quadro cambia: cresce l’uso dei social, soprattutto TikTok, Instagram e YouTube, come luoghi di scoperta delle notizie.

Le profonde differenze tra televisione ed ecosistema digitale creano un doppio effetto: dal lato del pubblico si generano due agende parallele che difficilmente dialogano, aumentando il divario generazionale in un Paese già segnato da uno squilibrio demografico verso gli anziani.

Dal lato degli editori, questo scenario è il risultato del fallimento dei legacy media italiani nell’investimento digitale. I grandi gruppi editoriali hanno gestito la transizione in modo disordinato, puntando sul modello pubblicitario e sull’aumento delle visite tramite titoli sensazionalistici e video da “colonnina di destra”.

Questo approccio oggi è in crisi, anche a causa dell’arrivo dell’intelligenza artificiale nei motori di ricerca, che ha contribuito al calo del traffico sui siti: si è passati dal 41% del 2017 al 22% nel 2025.

La relazione complicata tra editori e Internet — insieme ad altri fattori — ha favorito un aumento della sfiducia verso le notizie: solo il 36% degli italiani le ritiene affidabili, con una percentuale ancora più bassa tra i giovani. Allo stesso tempo, cresce la consapevolezza dei rischi di disinformazione: il 40% degli under 35 ha dichiarato di esserne stato esposto.

Lo spazio lasciato libero dai legacy media è stato occupato da nuove media company digitali, attive in un mercato — quello dei social — estremamente affollato da creator, brand e pagine di ogni genere. Il report indica che il 52% dei giovani presta attenzione a fonti professionali anche sui social, ma il 37% si affida a creator e influencer, mentre il 28% si informa attraverso contenuti di persone comuni.

Dal punto di vista di una media company, il mercato social presenta criticità in termini di monetizzazione, dovute soprattutto alla dipendenza dagli algoritmi e dalle decisioni delle piattaforme. Dall’epoca del “pivot to video” di Facebook fino all’ascesa di TikTok, la pianificazione a lungo termine è diventata quasi impossibile.

In questo contesto si sta affermando un modello alternativo: quello della community. Un approccio diverso rispetto a quello tradizionale dei giornali, in cui il pubblico ha un ruolo attivo e dialoga con le redazioni o i creator. Esempi riusciti di questo modello sono “Will Media”, “Cronache di Spogliatoio” e “Factanza”.

Il rapporto di fiducia, ascolto e prossimità è uno dei fattori chiave di successo, insieme alla verticalità tematica. Capire le nicchie e i loro bisogni è oggi più strategico che inseguire l’idea di un nuovo New York Times: meglio concentrarsi, per esempio, su una community di appassionati di ingegneria navale.

Questa tendenza è ben rappresentata anche dalla crescita del mercato dei podcast. Secondo il Digital News Report, il 6% degli italiani under 35 si informa attraverso questo formato, fondato proprio sui concetti di community e nicchia. Il rapporto tra podcaster e pubblico è diretto e intimo: stare — letteralmente — nelle orecchie delle persone mentre svolgono le proprie routine crea un contatto molto diverso rispetto all’accendere la TV alle 20:30 per seguire il telegiornale.

Torna in alto