Francesco Giorgino, giornalista e docente del master
Comunicazione istituzionale Luiss
Negli ultimi anni l’ecosistema mediatico ha subito notevoli trasformazioni sull’onda degli effetti generati dalle nuove tecnologie dell’informazione e dal ruolo centrale acquisito dalle piattaforme digitali. Pertanto, nel contesto contemporaneo, il digitale non può essere considerato semplicemente come un insieme di strumenti, ma come un vero e proprio ecosistema comunicativo.
In questo ambiente convergono diversi canali, linguaggi e modalità espressive che ridefiniscono i processi di interazione sociale, culturale e politica. L’individuo naviga quotidianamente tra piattaforme interconnesse, nelle quali le dinamiche comunicative sono sempre più mediatizzate, asincrone, rapide e a livello di superficie.
Questo ecosistema influenza profondamente non solo il modo in cui si comunica, ma anche il modo in cui si fruiscono le informazioni. È evidente che il cambiamento delle dinamiche di produzione, distribuzione e consumo delle informazioni ha comportato una differenziazione delle abitudini maturate tra le diverse fasce d’età.
Se per decenni il consumo delle notizie è stato canalizzato attraverso i media generalisti – in particolare la televisione – oggi questo scenario è radicalmente cambiato, soprattutto tra i più giovani. Secondo l’ultimo rapporto Censis, la dieta mediatica della Generazione Zeta ed Alpha è composta principalmente da contenuti proveniente dai social network: oltre il 60% degli under 30 utilizza Instagram e TikTok come principali fonte di notizie.
La Generazione Zeta (16-29 anni) e quella Alpha (6-12 anni) rappresentano una nuova tipologia di “riceventi” all’interno dell’ecosistema comunicativo. Una delle riprove di questa situazione è costituita dal fatto che in un contesto multi e omnicanale, comunicazione, informazione e marketing sono chiamati a ripensare le proprie strategie sia per i profili di reciproca contaminazione, sia per il peso crescente acquisito dai target di riferimento con dinamiche di iper-personalizzazione.
Cambia l’idea di “gatekeeping”
Sempre più spesso gli individui networked, come sono stati definiti da Rainie e Wellman, fruiscono contenuti informativi senza doversi rivolgere direttamente ai media di informazione ma, anzi, imbattendosi, a volte anche in maniera involontaria e casuale, in news che vengono intermediate degli algoritmi. E a loro che viene delegato il compito che fu un tempo dei gatekeeper professionali dell’informazione.
Per definire il ruolo sociale che hanno svolto (e che continuano a svolgere seppur con maggiori difficoltà) i giornalisti, come ho avuto modo di argomentare nel libro Sociologia dei giornalismi, la letteratura scientifica ha scelto di utilizzare proprio la metafora del gatekeeper. Tale metafora identifica il giornalista in colui che è destinato a selezionare i fatti destinati a diventare notizia.
Stiamo parlando di un addetto all’apertura e alla chiusura del cancello dell’informazione, al quale viene concesso il potere di decidere cosa sia, cosa può divenire di dominio pubblico, definendo le modalità di discussione degli argomenti in seno all’opinione pubblica. Se la produzione giornalistica ha il dovere di seguire il processo di newsmaking, che si articola nelle fasi della selezione, gerarchizzazione, trattamento e tematizzazione, la fruizione informativa nell’era della platform society non è più unicamente il frutto della mediazione giornalistica, bensì è il risultato di un processo algoritmico che agisce sulla messa a disposizione del materiale notiziabile, personalizzando le notizie e rendendole più coerenti con le domande fatte, per esempio, attraverso l’utilizzo dei motori di ricerca.
Come è stato da me sostenuto nel sopracitato “Sociologia dei giornalismi”, la transizione dalla carta stampata all’online ha alterato il ciclo di vita della produzione di notizie, oltre ad aver aperto le porte a contenuti generati dagli utenti. In questa nuova era digitale, le piattaforme diventano il centro di ogni fase del processo editoriale: dalla distribuzione delle notizie e dalla definizione della strategia editoriale, fino alla distribuzione dei contenuti al pubblico, compresa la loro monetizzazione. Il criterio guida non è più solo la rilevanza, ma il potenziale di coinvolgimento.
In questo scenario l’informazione è affidata anche a nuove figure, i cosiddetti influencer, ai quali le generazioni Zeta e Alpha riconoscono una credibilità costruita tramite rapporti diretti e disintermediati con la propria community. Gli influencer di ultima generazione di certo non rappresentano testimonial pubblicitari, ma si muovono nella sfera pubblica mediata in modo da essere percepiti come figure autentiche, attive socialmente, capaci di diventare “medium” di informazione. La reciprocità dei ruoli è, infatti, garanzia di verità per il pubblico al quale si rivolgono.
La dieta mediatica delle Generazioni Zeta e Alpha
Come già anticipato, la dieta mediatica delle generazioni under 30 (e quindi anzitutto la Generazione Zeta ma anche la generazione Alpha) si caratterizza per un’ampia fruizione dei media digitali, specie in relazione ad altri cluster anagrafici. Il Ventesimo Rapporto sui Media diffuso dal Censis ha evidenziato una profonda discrepanza tra gli under 30 e gli over 60.
Il Censis segnala che TikTok è il mezzo di informazione privilegiato dai giovani under 30 con una percentuale pari al 29,7%, rispetto alla media della popolazione che è pari al 14,4%. Instagram è utilizzato, invece, dal 31,2% dei giovani under 30 a fronte della media che è pari al 16,7%. Infine YouTube che raggiunge la percentuale del 22,8% rispetto alla media del 15,5%. Contestualmente, il Censis ha constatato che telegiornali, tv all news, giornali radio e quotidiani cartacei tra i mainstream e Facebook tra le piattaforme social non sono le prime scelte degli utenti della Generazione Zeta ed Alpha.
In generale, il telegiornale è una fonte d’informazione nel complesso molto forte, specialmente per i dati relativi agli over 65 (68,2%) e per chi ha un’età compresa tra i 45 e i 64 anni (54,2%). Chi ha un’età tra i 30 e i 44 anni preferisce invece Facebook: il 49,8% contro il 38,9%.
Bulimia informativa e media literacy
Un altro aspetto fondamentale da rappresentare relativamente alla dieta mediatica sopra descritta è costituito dalla cosiddetta bulimia informativa, una “patologia” di cui sembra soffrire la popolazione italiana.
Seguendo sempre le rilevazioni del Censis è possibile constatare che il 77,4% degli italiani pensa che i nuovi media e i relativi algoritmi riducano sensibilmente i tempi di attenzione.
Il 79,6% ritiene che i tempi di attenzione si siano ridotti poiché l’immagine vince sulla parola. Se analizziamo il dato focalizzandoci unicamente sulle fasce di età relative alle Generazioni Zeta ed Alpha, è possibile appurare che tale percezione si eleva fino ad arrivare all’80%.
Come sostenuto da più parti nella letteratura scientifica sociologica, affidarsi esclusivamente ai social per informarsi comporta dei rischi. Si può incorrere in una sorta di bulimia informativa, ovvero nell’assunzione continua e disordinata di contenuti, spesso decontestualizzati, che certo non favorisce una comprensione approfondita della realtà.
Il risultato può essere, infatti, quello di una ricezione passiva, frammentata, superficiale. Sostenere questo non significa demonizzare i nuovi media, che offrono anche spazi di partecipazione, inclusione e accesso diretto all’informazione, ma solo interrogarsi su come accompagnare le giovani generazioni verso un uso più critico e consapevole di questi strumenti.
In un contesto in cui il filtro editoriale è messo in discussione da quello algoritmico, diventa fondamentale recuperare competenze di lettura, analisi e interpretazione, in una sola espressione diventa fondamentale investire nella media literacy. Detto in altre parole, serve un programma di educazione “ai” media, “con” i media, affinché la fruizione informativa non si limiti alla sola dimensione tecnica, ma sviluppi una vera e propria cittadinanza digitale. Informarsi non è solo un atto di consumo.
È un processo attivo, che richiede strumenti cognitivi e culturali. Solamente promuovendo un utilizzo cosciente dei social media e dei media in generale, ma anche un’interpretazione consapevole dei contenuti informativi, sarà possibile trasformare gli appartenenti delle Generazioni Zeta e Alpha in protagonisti responsabili dell’ecosistema digitale.

