Giovanni Parapini, Direttore Rai Umbria
Meno di due pagine. La lunghezza di questo articolo: 4mila battute circa, spazi inclusi. Una misura standard, almeno per un boomer. Ma non per tutti. Stando alle ultime ricerche, un 20enne non proseguirebbe oltre il terzo capoverso. Oggi, la fonte d’informazione dei giovani sono i social, con notizie sempre più brevi, più adatte alla consultazione veloce sullo schermo degli smartphone. Un numero crescente non segue l’attualità, mentre si mostrano interessati e sensibili verso determinati temi: ambiente, clima, diritti e tecnologie. In realtà, la questione della “dieta mediatica” dei giovani è ben più complessa e preoccupante.
Nell’ultimo decennio, infatti, si è sgretolata la loro soglia d’attenzione e di comprensione di un testo scritto. Per le generazioni Alpha e Z, la misura della “conoscenza” è colma in meno di un minuto. Il sottile confine tra interesse e disinteresse è una lampadina che si accende-spegne a intervalli ravvicinati, senza far luce a sufficienza su nulla. Ne è prova la proliferazione delle micro-clip, chiamate shorts, su YouTube e altre piattaforme. Un fenomeno, questo, che riguarda anche il settore delle news.
Sebbene lo zapping compulsivo esista dagli anni ’80 e ’90, l’epoca d’oro della televisione commerciale, l’attuale contesto di liquidità digitale ha compiuto innumerevoli fughe in avanti, incentivata da potenti algoritmi e cookies che ci profilano, suggerendoci la prossima storia “consigliata per te”. Un limbo di tappe intermedie, con la continua promessa di qualcosa di migliore, ma mai definitivo, che finisce per svalutare quello che non abbiamo (ancora) finito di consumare. L’illusione di qualcosa di ancora più stimolante, dietro l’angolo, ad un solo click di separazione.
Per gli under30, l’informazione generalista è arcaica e superata. In una qualsiasi famiglia con figli adolescenti, il tentativo di seguire in tv l’edizione del telegiornale segna e certifica la scissione generazionale: pur restando seduti accanto ai genitori, la messa in onda dei titoli del Tg difficilmente li distoglie dal restare capo chino sui telefonini. Per i nativi digitali, l’esperienza dell’informazione è profondamente mediata dai social network. Sottolineo: mediata. Si discute spesso, impropriamente, di processi di disintermediazione dai canali tradizionali: giornali, tv e radio.
Eppure, non è stato risolto o del tutto superato il paradosso di news – quasi sempre tratte (o sottratte) dall’editoria tradizionale o mainstream che le produce – diffuse, condivise e commentate sulle piattaforme di grandi aziende che devono, innanzitutto, produrre introiti e profitti attraverso pubblicità e servizi. La user gratification si traduce nella capacità di trattenere l’utente, per un tempo più lungo,
nonostante il consumo mordi-e-fuggi.
Raramente questa missione si sposa con l’accuratezza e la profondità del contenuto. Un infotainment caratterizzato dalla polarizzazione di utenti “pro” e “contro”, dove si prediligono spettacolarizzazione e rumore di fondo. Disponendo di un menu sterminato – una sorta di ristorante All you can eat – servono strumenti solidi per compiere una scelta consapevole e di qualità.
Per questo, in un sistema di pluralismo, pilastro fondamentale di qualsiasi società basata sul diritto dei cittadini di formarsi una coscienza libera e critica, dovremmo investire maggiormente nell’educazione. Le scuole, sin dalla primaria, dovrebbero educare a un uso corretto dei media digitali, introducendo corsi e seminari specifici. Istituzioni, famiglie e dirigenti scolastici dovrebbero sottoscrivere un nuovo patto sul digitale, riconoscendo la portata epocale di una tale sfida che richiede, peraltro, la collaborazione delle imprese e del settore privato.
Da oltre un decennio, neuroscienziati e specialisti di varie discipline studiano l’impatto delle nuove tecnologie sui processi cognitivi. Tempo fa, mi colpì l’allarme lanciato dal Prof. Manfred Spitzer, un ricercatore tedesco che ha coniato il concetto di “demenza digitale”: uno stato di progressivo stordimento e declino delle funzioni cerebrali, indotto dall’utilizzo massiccio di smartphone, tablet e altri dispositivi, di cui ormai i bambini sono dotatissimi sin dalla prima infanzia.
Oltre a essere una protesi del corpo fisico e della mente, questi apparecchi occupano un ruolo centrale nei rapporti sociali. Costituiscono lo “Spid” della nostra identità personale. Una conditio sine qua non della sfera sociale. Diversi Paesi – Australia e Regno Unito, per esempio – hanno iniziato a regolamentare l’accesso dei giovani ai social, con divieti e limiti d’età. Da professionista della comunicazione, negli ultimi 40 anni ho vissuto ogni fase di sviluppo tecnico e, di pari passo, le innovazioni di contenuto.
Ritengo che, oltre alle regole, servano strumenti più robusti. Questa missione spetta alla scuola e ai centri di formazione. Così come la moltiplicazione delle fonti d’informazione non è garanzia assoluta di affidabilità, qualità e recupero di fiducia verso i media; allo stesso modo, introdurre normative e limiti non è l’unico rimedio, in assenza di un vero patto sul digitale con l’obiettivo di cittadini del futuro più informati, quindi più liberi e capaci di agire.
Concludo ricordando che è importante lavorare su 4 fronti: la famiglia dove tutto nasce; la scuola, dove tutto prende forma; il terzo settore, dove si raffinano le idee e le personalità; l’informazione, dove si costruisce la consapevolezza. Tutto questo per evitare che dall’intelligenza artificiale si passi alla sopravvivenza artificiale, nel senso di insegnare a chi verrà dopo di noi che la tecnologia e l’innovazione, per quanto utili e preziose, non possono e non devono annichilire la nostra umanità, la nostra identità, la nostra anima.

