ALLEANZA TRANSATLANTICA: STELLA POLARE DI RIFERIMENTO PER IL MONDO 

Intervista a Simone Crolla, Managing Director
American Chamber of Commerce in Italy

Il 2024 è stato l’anno delle elezioni: Usa e Ue, le due principali economie occidentali chiamate al voto in un contesto internazionale ricco di incertezze che aumentano la volatilità geopolitica e geoeconomica, rendendo complicato lo scenario politico ed economico. Quali sono quindi le sfide prioritarie e i percorsi per muoversi all’interno di questo nuovo scenario?

“Come ormai noto, viviamo in un contesto internazionale profondamente diverso rispetto a quello di qualche anno fa. La tempesta del Covid e l’esplosione del conflitto in Ucraina, a cui si sono aggiunte le tensioni in Medio Oriente, hanno plasmato uno scenario nuovo, incerto, ricco di sfide e di aspetti inediti. Le elezioni europee e americane sono un ulteriore elemento di novità, con la possibilità di vedere nuovi equilibri e indirizzi strategici.

Nonostante i timori malriposti, con la vittoria di Donald Trump – ma altrettanto sarebbe successo se avesse prevalso Kamala Harris – l’alleanza transatlantica rimarrà la stella polare di riferimento, sebbene con accenti che potranno essere diversi rispetto a quelli degli ultimi quattro anni. La competizione globale vede ormai contrapposti due blocchi: quello occidentale e quello guidato dalla Cina, che sta riunendo Paesi – spesso – non democratici. Sarà necessario rafforzare perciò la relazione transatlantica, per aumentare le opportunità politiche ed economiche e il peso negoziale nei confronti dell’altra parte.”

Come influiscono gli appuntamenti elettorali – talvolta fonte di incertezza – sullo sviluppo del business delle aziende?

“Le elezioni rappresentano sempre un momento di incertezza perché potenzialmente foriere di cambiamenti. La nuova Commissione dovrà decidere se confermare alcune linee di indirizzo nei confronti dell’industria oppure modificarle in senso più amichevole.

Negli Usa, le differenze tra il vincitore Trump e la sua avversaria Harris si evidenziano rispetto ad alcuni settori produttivi. In primo luogo quello dell’energia, dove si affrontano due visioni differenti, e in materia di concezioni economiche. Di certo, negli Usa si procederà a un rafforzamento del sistema produttivo, puntando a riconquistare le leadership manifatturiera attraendo nuovi investimenti. 

In questo senso, oggi gli Usa sono certamente un paese attraente per le imprese, in cui è possibile sviluppare rapidamente e con successo progetti di business: i dati commerciali e di investimento tra Italia e Usa lo testimoniano oltre ogni ragionevole dubbio.”

Pensiamo, in particolare, a coloro che vogliono espandersi negli States. È e resterà un buon momento?

“Investire negli Stati Uniti è sempre una buona idea: lo dimostrano i numeri. Nel 2023 le esportazioni italiane negli Usa hanno raggiunto il picco storico a quasi 73 miliardi di dollari, mentre gli investimenti italiani negli Usa nel 2022 ammontano a quasi 37 miliardi di dollari, segno di come le nostre imprese abbiano e stiano affrontando con successo il percorso di internazionalizzazione.

Questo avviene anche – se non soprattutto – grazie al programma federale SelectUSA, che mette assieme tutti gli Stati e le organizzazioni di sviluppo economico americane per favorire una maggiore conoscenza delle opportunità di investimento presenti sul territorio americano.

Se compariamo i nostri dati a quelli europei in materia di investimenti, il divario da colmare è ancora ampio, ma sono fiducioso che la crescita tendenziale – che dura da diversi anni – permetta a sempre più aziende italiane di atterrare negli Usa, di svilupparsi e di crescere a ritmi veloci e con successo.”

Il secondo mandato di Donald Trump fa sorgere molti interrogativi legati alla geopolitica mondiale ma anche agli scambi commerciali con l’Italia. Quali sono le opportunità per il nostro Paese?

“Molte, se guardiamo ai dati senza il velo dell’ideologia. Se consideriamo la precedente esperienza di Trump alla Casa Bianca, si nota un calo del valore degli scambi tra i nostri due Paesi tra il 2019, quando entrarono in vigore i dazi, e il 2020, con una diminuzione da 62,5 a 57,2 miliardi di dollari con il nostro export sceso da 46 a 42 miliardi di dollari. 

Ma in questo più che la politica delle tariffe trumpiane ha inciso la pandemia, a quanto sembra: nel 2021, infatti, l’export è risalito di ben 7 miliardi, portandosi a quota 49 miliardi – superiore al 2019 – in un percorso di crescita che non si è mai arrestato fino ad oggi. Il Made in Italy è cool negli Usa, e continuerà a esserlo.”

Invece per la Ue?

“Qui il discorso è più complesso, soprattutto perché per uno dei protagonisti dell’economia Ue, la Germania, la gran parte dell’export verso gli Usa è dovuto all’automotive: settore in crisi in tutta Europa, come leggiamo in questi giorni, ma con ripercussioni assai più dure per l’economia tedesca, che vedrà per la prima volta nella storia la chiusura nel suo territorio di tre stabilimenti automobilistici. Per fare previsioni adeguate, occorre prima vedere come le istituzioni europee risolveranno questo nodo cruciale, per buona parte venuto al pettine proprio per le politiche della Commissione uscente in tema di motorizzazione.”

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