Maurizio Abet, Senior Vice President Communication,
Pirelli
Sono nato nel 1968. Cresciuto per molto tempo in un mondo dove per chiudere una questione bastava dire: “l’ha detto la televisione”. La tv era Cassazione, una fonte autorevole al punto che era quasi un’impudenza contestarla. Un mezzo quasi magico per almeno due generazioni d’italiani. Prodigio di un futuro che, dopo due guerre mondiali, era finalmente arrivato e brillava anche nel tubo catodico. In principio la televisione parlava a tutti, ma non dava confidenza a nessuno. Era austera, con solamente due colori a disegnare il mondo, il bianco e il nero, che cancellavano le altre sfumature come fossero un disturbo al rigore della cronaca. I politici andavano in spiaggia in giacca e cravatta. Il popolo agitava i fazzoletti per salutare. I re imbrigliavano i gesti delle mani. I giornalisti i toni e le parole. Il di più era del maligno, o quasi. Cinquantasette anni dopo eccoci qui, nell’infosfera, dove il di più e il disordine, tra social media, siti, content creator e podcast, sono il core business della comunicazione.
Come si vive in questo mondo nuovo? Meglio? Peggio? Non è questo il gioco da fare. Più interessante osservarlo attraverso gli occhi delle nuove generazioni. Eccole allora: impazienti e connesse. Le guardo e ovviamente non mi rivedo. Hanno in mano un iPhone, non un giornale. Non aspettano il tg delle venti, scorrono TikTok a colazione. Il mondo gli cade addosso sempre in tempo reale. Ogni notifica è una sollecitazione. Ogni contenuto, un tentativo di catturare l’attenzione. Loro, in mezzo a tutto questo, cercano un appiglio per dare un senso al caos. Era più semplice ai miei tempi penso. Nelle loro mani, il mondo si riavvolge e si riscrive ogni ora, post dopo post, video dopo video. Per questo chi pensa che lo sguardo dei giovani sia vuoto sbaglia. È solo che guardano altrove rispetto a dove puntavamo i nostri occhi a sedici anni. Vivono immersi in un flusso continuo di stimoli, tra un reel e un podcast. Lì trovano informazioni, certo. Ma trovano soprattutto voci. Persone. Racconti che sembrano veri, anche quando sono imperfetti o falsi. Prevale l’idea che chiunque possa parlare, se ha qualcosa da dire. I giovani sono essi stessi “media” e costruiscono narrazioni proprie.
La comunicazione diventa decentrata, sporca, frammentata. E nel frattempo, noi – aziende, istituzioni, politici – continuiamo a chiederci: come si parla a questi ragazzi? Qual è la parola giusta? Qual è il canale? Come se il problema fosse tecnico. La verità è che non esiste una parola giusta, non è una questione di linguaggio. È una questione di senso. Vince chi ne offre uno per mettere un po’ d’ordine nel caos. La Gen Z è la generazione più attenta all’etica di consumo: il 64 % è disposto a pagare di più per prodotti sostenibili (fonte: Deloitte’s 2024 Gen Z and Millennial Survey, 2024) mentre il 90 % si aspetta che i brand prendano posizione su questioni sociali (fonte: McKinsey – What is Gen Z?, 2024 ). Catturare l’attenzione dei più giovani è soprattutto una questione di valori. Forse per questo certa politica fa fatica. Non riesce a disegnare mondi nuovi. Si rivolge a loro, ma li tratta come ospiti. E loro lo sentono. Si mobilitano per i diritti, per il clima, per il salario minimo. Solo che lo fanno altrove, non nei partiti, ma su Instagram, nei commenti, nelle stories, che prima ci sono e poi scompaiono.
Creano nuove piazze, Discord, Reddit, Telegram, dove si discute di giustizia, lavoro, uguaglianza. Anche lì si forma l’opinione. Lì decidono chi merita la loro fiducia. In questo scenario l’informazione non muore, ma cambia pelle e spazi. A noi farci trovare per aiutare i giovani a sviluppare un pensiero critico, a saper valutare le fonti, a riconoscere le manipolazioni, a confrontare più punti di vista. E in questo scenario la “vecchia” stampa non scompare. Gioca anzi un ruolo fondamentale. Seppur in crisi d’identità, e con modelli economici da ridefinire, resta un presidio di verifica e responsabilità indispensabile. Questo è il tempo delle domande. E queste generazioni ne fanno molte, anche scomode. Chi saprà rispondere non con slogan, ma offrendo senso e prospettive, avrà ancora un posto nel futuro. Gli altri svaniranno come una storia su Instagram.

