Intervista a Giuseppe Scognamiglio, Direttore eastwest
Direttore, partiamo dall’Europa. Tra riforme e semplificazione per una Ue più forte politicamente. In questo contesto, le elezioni europee che significato hanno avuto?
“Le elezioni hanno sempre un significato importante in qualsiasi circostanza. In questo caso parliamo di un continente, qualcosa di più di uno stato nazionale. Alle europee, per esempio, hanno votato per la prima volta 20 milioni di giovani diciottenni, ma non solo. Voglio ricordare infatti che in Germania si vota a 16 anni e in Grecia a 17. Giovani chiamati a scegliere il proprio futuro e che sono i più interessati a un’Europa continentale forte, a un’Europa come soggetto politico determinante.
Un voto che ha dato una spinta decisiva per un’Europa più integrata. È ritornato in attualità il dibattito sull’Europa della difesa, decisivo in questa elezione. Il che significa la capacità di avere un budget europeo che non rappresenti il risultato del contributo degli Stati, bensì un budget autonomo, frutto di una capacità di debito e di politica fiscale con la testa politica a Bruxelles. Ancora, significa avere un’industria della difesa integrata, una tecnologia della difesa integrata e una forza nucleare europea, senza la necessità di usarla ma averla come deterrente per essere più influente nel prevenire le crisi come quella in Ucraina.”
Rimaniamo ancora in Europa. A cinque anni dalle elezioni del 2019 che hanno visto un’ascesa delle forze euroscettiche oggi l’euroscetticismo è ancora forte?
“Secondo me l’euroscetticismo, tanto diffuso dieci, cinque anni fa, oggi ha cambiato pelle. Non esiste più quell’euroscetticismo che voleva la fine dell’Europa e la fine del processo di integrazione visto come un progetto plutocratico. Oggi quell’euroscetticismo si è tramutato in una volontà di dare una dimensione diversa all’Europa. La nostra Presidente del Consiglio, per esempio, ha dichiarato che vuole un’Europa che si occupi solo delle grandi questioni, come nei sistemi federali, e lasci agli Stati nazionali le questioni più vicine alla vita quotidiana dei cittadini. È un concetto interessante, molto diverso da quello espresso quando era all’opposizione, è la politica che si evolve. Evidentemente con le responsabilità istituzionali si valutano anche meglio i pro e i contro dell’appartenenza a un club come quello europeo. I movimenti di estrema destra o sinistra che vogliono la fine dell’Europa ormai sono residuali in qualsiasi paese, trasformandosi quasi dappertutto in movimenti critici ma non radicali.”
Qual è stato il risultato di queste europee? Cosa ci dicono?
“Un segnale da parte degli elettori che vogliono un’Europa più integrata, più efficiente e che faccia un salto di qualità verso una governance davvero federale. Il che significa la capacità di avere un debito europeo e una politica fiscale europea, indipendente dagli Stati membri. Cosa che permetterebbe di affrontare eventi drammatici come le pandemie in modo efficace. Ricordiamocelo tutti, senza l’Europa non saremmo mai stati capaci di avere disponibili i vaccini e avere un intervento così pronto per rilanciare le economie dei nostri paesi. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, abbiamo ricevuto un aiuto straordinario come mai nella storia. Uno stato federale significa anche questo, ovvero la distribuzione dal centro verso le periferie quando ci sono delle crisi drammatiche. Per essere competitivi sugli scenari internazionali, l’Europa deve avere un’evoluzione di questo tipo per essere tempestivi nelle risposte e protagonisti globali.”
Giocando con le parole, da euroscetticismo siamo passati a “euro-realismo”? Gli avvenimenti degli ultimi due anni, dall’Ucraina al Medio Oriente, ci hanno aperto gli occhi, ci hanno fatto capire quanto dobbiamo essere più uniti come continente, come Unione?
“Lo spostamento dall’euroscetticismo all’euro-realismo è un trend da interpretare positivamente perché significa guardare all’Europa come una struttura alla quale dare un contributo per farla funzionare. Il progetto dell’Unione funziona se fatto con passione, entusiasmo e iniziativa. Lo devono capire sia gli stati già membri sia coloro che vi saliranno a bordo. Per esempio, dalla Brexit abbiamo imparato che altre tipologie di approccio non funzionano. Bisogna invece impegnarsi affinché i punti critici vengano sciolti e la governance europea faccia un salto di qualità verso una dimensione federale più efficiente.”
Governance che deve avere però un indirizzo più politico.
“Non c’è dubbio. Anche qui stiamo facendo piccoli passi verso una dimensione più politica. È la prima volta che un Presidente di Commissione fa campagna elettorale per essere rieletto in modo così aperto e in tutti i paesi. Questa è la vera svolta. Ma perché questo diventi strutturale e istituzionalmente credibile bisogna ragionare anche sul radunare le due figure del Presidente del Consiglio Europeo e del Presidente della Commissione in una sola persona che avrà sicuramente un’autorevolezza maggiore. Si superebbe così l’impasse tra dimensione intergovernativa e dimensione comunitaria, due dimensioni che si devono fondere. Si deve anche introdurre il voto a maggioranza ed è solo attraverso un primato della politica, un’investitura popolare di un candidato forte alla Presidenza della Commissione e del Consiglio, che possiamo aspirare a questa svolta.”
Alla luce della nuova Commissione insediatasi lo scorso dicembre, facciamo un bilancio del risultato di queste europee? E cosa ci aspettiamo per i prossimi cinque anni?
“Vediamo un evidente spostamento verso destra. Ma pur registrando una crescita dei movimenti nazionalisti non c’è stato uno spostamento delle politiche verso un ipernazionalismo, piuttosto una visione più conservatrice delle policy europee ma abbastanza in continuità con quanto è accaduto nella scorsa legislatura – basti pensare alla riconferma della Presidente von der Leyen, la vera garante di questo risultato elettorale.
Parte del risultato spostato a destra è da attribuire a elementi che potrebbero condurre alla pace nella guerra russo-ucraina, che è una spina nel fianco dell’Europa perché non siamo stati protagonisti né della prevenzione né di una soluzione al conflitto. Il centrodestra così come alcuni partiti nazionalisti, per ragioni diverse, sono i principali promotori di un negoziato di pace, paradossalmente, molto più di quanto non facciano i partiti di centrosinistra. Questo fattore non è stato ininfluente per la vittoria del centrodestra.”
Un discorso simile lo possiamo fare anche per le elezioni negli States?
“In parte vale anche per i risultati delle elezioni americane. Il successo di Trump, nettissimo, è dovuto in parte alla sua promessa di riportare la pace in Ucraina. Ovviamente nell’ottica americana, completamente diversa da quella europea, la pace in Ucraina significa il disimpegno degli Stati Uniti dalle aree di conflitto.”
Rimanendo oltreoceano, ci racconta la campagna elettorale per le presidenziali Usa?
“Molto diversa da quella continentale. Dal punto di vista tecnico, quella europea è una consultazione divisa tra stati membri con sistemi elettorali diversi. Gli Stati Uniti, invece, c’è un sistema elettorale unico, di fatto ibrido. Una elezione che sembra diretta ma formalmente è indiretta, in cui dobbiamo distinguere il voto popolare e quello dei grandi elettori. La maggioranza dei votanti non è mai decisiva perché dipende da come si vota nei singoli stati. Il voto americano ha messo in luce la fatica che la democrazia statunitense fa oggi a essere di esempio per tutte le democrazie occidentali. Democrazie che hanno mostrato la corda nelle due recenti e gravissime crisi, quella finanziaria del 2008/18 e quella pandemica, non riuscendo a fornire risposte tempestive e competenti. Abbiamo verificato dunque di non avere una capacità di decisione immediata e non abbiamo leadership efficaci.”
A cosa attribuire la vittoria (il ritorno) di Trump?
“C’è un elemento di preoccupazione rispetto a quella che consideriamo la democrazia occidentale per definizione, che ispira sempre le nostre regole, ovvero questa sorprendente incapacità della classe dirigente americana di selezionare i candidati all’altezza della sfida presidenziale. Questo vale sia per i repubblicani, che non hanno trovato alternative a un ex presidente per lo meno originale nei suoi tratti, forse culturalmente inadeguato; sia per i democratici, che si sono accorti per ultimi di avere un candidato ormai psicofisicamente non più in grado, costretti dunque a ripiegare in extremis sull’unica risorsa che avevano sul campo, una Kamala Harris che non aveva impressionato per niente in quattro anni, figuriamoci se poteva riuscirci in tre mesi di campagna elettorale.
Da un lato, Kamala Harris ha perso perché ha dimostrato una pochezza disarmante ma non perché, come hanno detto molti, si è poco distanziata da Biden – come poteva la Vicepresidente dell’amministrazione distanziarsi dal Presidente? Dall’altro, Trump ha vinto sia grazie ai suoi tradizionali cavalli di battaglia – quindi un’accelerazione sulle politiche liberal, meno tasse per chi produce ricchezza, aspetti che in America vincono sempre – sia a ragioni più di tipo emotivo – l’immigrazione regolare, per esempio, è un tema che premia chi se ne occupa.”
Ricordiamo anche che Trump favorisce molto gli accordi bilaterali. Un problema per il multilateralismo?
“Temo che il multilateralismo subirà una ulteriore battuta d’arresto. Ritirarsi dallo scenario multilaterale, che sia in sede di Nazioni Unite, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità o dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, per citare le tre organizzazioni oggi più rilevanti dal punto di vista della tutela della pace, per non parlare della Nato come alleanza militare, si tradurrà in una ulteriore testimonianza grave di deresponsabilizzazione della superpotenza americana.
La mia critica a Washington presuppone la richiesta di un maggiore coinvolgimento dell’Amministrazione americana nelle aree di crisi. Vorrei più Stati Uniti nel mondo, a patto che lo facciano con senso di responsabilità e si spendano come garanti di un ordine mondiale, con meno guerre e conflitti. Per fare questo c’è bisogno di una politica completamente diversa da quella preannunciata da Trump, a partire dagli accordi multilaterali di commercio, la vera base per la tutela della pace, al contrario di quelli bilaterali, prodromici ai conflitti.”
A proposito di Nato, è un’alleanza in bilico con Trump? E noi europei cosa dobbiamo fare?
“Prima o poi dovremo fare l’Unione Europea della difesa. Abbiamo perso molti treni nel corso degli ultimi 60-70 anni. Ora non possiamo rischiare di perdere anche questo, un tentativo da parte degli Usa di distribuire gli oneri anche sugli alleati europei per convincerci finalmente a sviluppare una difesa europea. L’unico modo per dare protagonismo politico all’Europa, accerchiata a Est da un conflitto e nel bacino mediterraneo da un altro. Dobbiamo cominciare, assolutamente.”
Conflitti vicini a una fine, a una pace?
“I conflitti, le armi, non hanno mai risolto nulla. Nel mondo contemporaneo, la violenza non può essere uno strumento di soluzione di un conflitto. Ora più che mai dobbiamo far tornare la politica protagonista. In Ucraina come in Israele, oggi noi paghiamo una politica assente, decisamente sbagliata, condotta da tutta la Comunità Internazionale.”
di Susanna Fiorletta

