Antonio Calabrò, Presidente di Museimpresa e della
Fondazione Assolombarda
Il marchio, come testimonianza di un’identità storica e di una forza di penetrazione sui mercati globali che hanno ancora una straordinaria attualità, a dispetto di tensioni geopolitiche, fratture nel tradizionale sistema degli scambi commerciali, dazi e protezionismi. E, accanto alla storia, una spiccata tendenza a innovare prodotti e processi produttivi, tecnologie e servizi d’impresa, seguendo le vie maestre della qualità e della sostenibilità ambientale e sociale. Sono queste le caratteristiche del sistema industriale italiano, che continua a reggere, con flessibilità e resilienza, le sfide poste dalle trasformazioni dei mercati e assicura all’Italia un futuro di grande Paese industriale.
Si può avere fiducia, insomma, nell’Italia, nonostante la crescita stentata, la bassa produttività complessiva, le carenze di politica industriale sia nazionale che europea. E vale la pena puntare sul nostro sistema dei valori come asset competitivo che ha radici storiche solide e prospettive di sviluppo futuro, in tutti i principali settori in cui si articola il Made in Italy: meccanica e meccatronica, robotica, aerospazio e avionica, cantieristica navale, chimica e farmaceutica, gomma e plastica, automotive (soprattutto se la Ue ripenserà criticamente le scelte di privilegiare l’auto elettrica), oltre ai tradizionali pilastri dell’abbigliamento, dell’arredamento e dell’industria agro-alimentare.
Dove sta, insomma, la forza del Made in Italy? Le imprese sono attori economici, attenti ai temi della crescita, della produttività, del lavoro, degli investimenti e dell’innovazione. Ma sono anche attori sociali e culturali, lievito di una comunità responsabile. E la loro è una “cultura politecnica”, in grado di costruire sintesi originali tra saperi umanistici e conoscenze scientifiche, tra i valori della bellezza e le opportunità favorite dalle tecnologie più avanzate.
Oggi, proprio la creazione e la diffusione della conoscenza sono essenziali, anche per cercare di capire e dunque di governare i processi messi in moto dalla diffusione dell’Artificial Intelligence. È necessario insistere sulle sinergie multidisciplinari, tra il “mondo Stem” (Science, Technology, Engineering, Mathematics) e quello delle Arts, l’umanesimo, appunto, arrivando a una nuova sintesi, “Steam”: un’idea lanciata una decina di anni fa da Assolombarda e adesso tornata d’attualità. Nei Musei e negli Archivi storici delle imprese, riunite in Museimpresa (l’associazione nata quasi 25 anni fa per iniziativa di Assolombarda e Confindustria) ci sono ampie documentazioni di questo processo.
Coltivare la conoscenza storica, per le imprese, dunque, significa valorizzare la propria identità e rafforzare le capacità competitive. I marchi ne sono la testimonianza. E insistere sul loro ruolo attivo è una strategia necessaria, cui i poteri pubblici e le amministrazioni devono continuare a fornire sostegno.
Proprio nella stagione della Stakeholders Economy, anche l’inclusione sociale, i valori del lavoro e della sua sicurezza e il rispetto degli equilibri ambientali sono fattori fondamentali di sviluppo, appunto sostenibile e sempre più apprezzato dai mercati (dei consumatori ma anche degli investitori finanziari).
Lavorare, infatti, sulla memoria e sulla valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale industriale dell’Italia è un modo, per le imprese, di testimoniare di essere parte di una cittadinanza attiva che consente di pensare concretamente alla qualità dello sviluppo del Paese.
Il punto di forza sta nella storia di donne e uomini che, di fronte alle sfide del tempo, hanno saputo dare risposte di imprenditorialità, innovazione e qualità della crescita che sono evidenti, sul piano economico, nei dati di successo dell’export (620 miliardi, che collocano l’Italia tra i primi cinque paesi al mondo).
Adesso è necessario aggiungere, a questo esemplare “saper fare”, anche un impegno diffuso al “far sapere”, alla costruzione cioè di un nuovo e migliore racconto, con tutti i mezzi della rappresentazione sia tradizionale che digitale, di una “civiltà delle macchine”, dell’intraprendenza e del lavoro che costituisce un asset fondamentale per scrivere, proprio partendo dall’economia produttiva e dai musei d’impresa, una migliore “storia al futuro”.

