Intervista ad Alfonso Celotto, costituzionalista
L’avvento del digitale è stato un vero e proprio breakthrough della storia contemporanea. Ci siamo abituati, nel giro di pochi anni, a nuovi stili di vita, a nuovi stimoli. Ma a livello normativo a che punto siamo? Le nuove tecnologie corrono sicuramente più veloci del legislatore.
“Si dice che il legislatore sia tardigrado, che arriva tardi; o meglio, arrivano prima i fenomeni e poi la legge. Oggi la tecnologia corre, l’intelligenza artificiale corre e si sta cercando di porre delle leggi, soprattutto a livello europeo e continentale, proprio perché sono fenomeni così grandi che non basta la legge del singolo stato.”
Parliamo quindi di algoritmi. Viviamo in una società sempre più data driven, in cui produciamo dati, talvolta utilizzati per indirizzare le nostre scelte. Dove va posto il limite? Se possiamo metterlo a qualcosa di potenzialmente infinito.
“A mio avviso serve soprattutto riuscire a porre consapevolezza nelle persone. Tante volte non ci rendiamo conto che tutto ciò che forniamo, che diamo, è un vero e proprio trasferimento di contenuti, delle nostre abitudini, della nostra privacy, della nostra riservatezza. Tutti dati che hanno un grande contenuto economico. Per questo ci vuole consapevolezza, soprattutto nei giovani, nei ragazzi. La legge deve riuscire a dare dei limiti, deve garantire il diritto all’oblio, ovvero la possibilità di cancellare i dati dalla rete (anche se sappiamo quanto sia estremamente difficile farlo). In generale, la legge deve essere in grado di garantire questi diritti che tutelano la riservatezza e la privacy che con internet sono messi profondamente in crisi.”
Qui entra in gioco anche l’etica o meglio algoretica. Cosa significa di preciso?
“Algoretica è una bella parola per sottolineare la necessità di regole etiche nel mercato dei dati. Perché alla fine di questo si tratta, di un mercato con grandi interessi economici. Un tentativo di regolarlo con i principi fondamentali dell’etica applicata alla rete, quali l’eguaglianza e la non discriminazione. Ovviamente, per fare ciò serve la collaborazione di tutti. Non è affatto facile disciplinare i problemi della rete con un solo intervento unilaterale da parte del legislatore; occorre la co-regolazione, parliamo quindi dell’esigenza di collaborazione fra i giganti della rete, che gestiscono gran parte dei dati, e tutta una serie di soggetti interessati, dalle associazioni dei consumatori agli stati, per trovare regolazioni congiunte per la salvaguardia delle regole etiche.”
L’intelligenza artificiale sta crescendo in tempi estremamente brevi rispetto all’evoluzione dell’essere umano. L’Europa ha provato a mettere un freno con l’IA Act, ma possiamo veramente rallentare questa evoluzione ormai galoppante? Pensiamo anche a chi, in confronto all’Europa invece la facilita.
“Sicuramente queste tecnologie corrono tanto e la legge non riesce ad anticiparle. Pensiamo a quando venne inventato il motore a scoppio con i primi tentativi legislativi di limitarne l’uso. Ovviamente l’automobile fu molto più veloce di qualsiasi legislazione. Quindi anche oggi sicuramente sarà il mercato a fare le leggi, ma noi da osservatori siamo molto preoccupati della pervasività dell’intelligenza artificiale, della rete, di come sta cambiando le nostre abitudini. Servono non tanto delle regole precise, ma dei principi proprio per salvaguardare i diritti fondamentali anche all’interno della rete. In questa ottica l’AI Act, così come gli atti statunitensi, è importante, ma serve soprattutto una co-regolazione perché ormai i giganti della rete sono così potenti che non basta più l’intervento del singolo stato.”
Secondo lei è giusto provare a rallentare questa rivoluzione digitale?
“La legge serve a regolare i fenomeni, non può vietarli. La legge può orientare, disciplinare il consumatore. Ma servono soprattutto educazione e consapevolezza. Perché la rete non dimentica, ha una memoria indelebile, bisogna stare molto attenti. Abbiamo bisogno di un’educazione digitale.”

