L’IA NEL SISTEMA EDUCATIVO NON È UNA MINACCIA PER L’INTEGRITÀ ACCADEMICA 

Intervista al Professore Brian K. Smith, Lynch School of Education and Human Development (USA)

Professore, lei lavora da tempo con l’IA come supporto  per l’apprendimento. Può dirci più precisamente come e in che misura?

“Storicamente, a partire dagli anni ’70, si è iniziato a usare l’intelligenza artificiale per l’apprendimento. E molto di quel lavoro iniziale non è molto diverso da quello che si può vedere oggi. Abbiamo visto e sperimentato sistemi di tutoraggio intelligente nati con l’idea di creare un sistema informatico in grado di agire come un insegnante o un tutor umano. Alcuni dei primi sistemi erano costituiti da oggetti con cui si poteva parlare, si poteva digitare al computer e questo rispondeva anche facendo ulteriori domande. Sistemi più sofisticati erano anche in grado di dire se qualcosa non fosse corretta e perché, proprio come farebbe un umano. Ho costruito sistemi con all’interno dell’intelligenza artificiale applicabili in diversi campi di apprendimento, come l’educazione musicale aiutando i ragazzi a comporre musica. Inoltre, più di recente, io e i miei colleghi abbiamo costruito alcuni giochi per insegnare alle persone l’informatica. In questi giochi, quando si lavora, se gli studenti hanno problemi a risolvere alcuni livelli l’intelligenza artificiale genera nuovi livelli di pratica in modo che possano superarli.”

Quindi l’intelligenza artificiale è tra noi da molto più tempo di quanto siamo abituati a immaginare, a partire dal secolo scorso. Ma in cosa è diversa da quella che conosciamo e utilizziamo oggi? 

“Il nome intelligenza artificiale deriva dagli anni ’50, e quindi esiste da parecchio tempo. È stato poi negli anni ’70 che si è iniziato a pensare di utilizzarla nel campo dell’istruzione. Oggi abbiamo un altro tipo di intelligenza artificiale, che sta diventando sempre più comune. Gli elementi fondamentali che differenziano l’IA generativa sono in primis la quantità di dati che siamo in grado di raccogliere oggi e, secondo, computer più grandi, veloci e potenti. Oggi tutti abbiamo un computer e possiamo generare nuovi dati, nel bene e nel male.”

Possiamo dire che si è trattato di una rivoluzione molto rapida, e in effetti negli ultimi anni abbiamo visto come l’intelligenza artificiale sia cresciuta in popolarità. È un mezzo utilizzato da tutti ogni giorno. Quanto è stato veloce il cambiamento che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, ora che l’IA è di uso comune?

“Credo che sia stato ChatGPT a rivoluzionare il nostro approccio all’IA. Prima la gente aveva sentito parlare della terminologia, ma OpenAI è riuscita a crearne una dimostrazione pubblica. Ha permesso a chiunque di provare questa nuova chat da cui si ottengono risposte realistiche, quasi umane. La prima volta può essere entusiasmante, ma poi ci siamo già abituati, capendo che non si tratta di magia. Ma ci sono altre cose che sono state intorno a noi per un po’ di tempo e che già utilizzavano l’intelligenza artificiale di cui la gente non era a conoscenza. Un esempio? Le aspirapolveri automatiche in casa. Per riassumere, due cose: la prima è che OpenAI ha reso molto facile l’accesso all’IA alle persone; la seconda è che la chat sembra più umana di qualsiasi altro dispositivo tecnologico. ChatGPT imita l’unica cosa che contraddistingue noi esseri umani: il linguaggio, il nostro tratto distintivo, tanto che quando le persone digitano nella chat e ricevono risposte che assomigliano a ciò che direbbe un loro pari, immediatamente tendono a pensare che abbia caratteristiche umane. Probabilmente gli attribuiamo troppa intelligenza di quanto in realtà non ne ha di per sé.”

L’intelligenza artificiale può davvero supportare l’apprendimento? O c’è il rischio che possa prevalere sulla conoscenza umana?

“Inizierei con la prima cosa che è accaduta quando ChatGPT è stata rilasciata, nel novembre del 2022, ovvero le scuole ne hanno interdetto subito l’accesso per la preoccupazione che gli studenti potessero imbrogliare. Questo è il primo problema evidente che gli educatori hanno individuato: tutti erano spaventati da ciò che sarebbe successo. Credo però che il vero problema sia l’integrità accademica. Quindi non si tratta della tecnologia in sé, ma dobbiamo separare le due cose: da un lato c’è l’intelligenza artificiale e dall’altro c’è l’insieme di valori e di codici morali intorno all’integrità accademica che vogliamo che gli studenti acquisiscano e facciano propri. Infine, l’altra questione è se possiamo imparare o meno con l’intelligenza artificiale: fino a che punto queste tecnologie possono aiutarci e supportare gli studenti invece di fare il lavoro al posto nostro?”

Possiamo usare – e come – l’IA in modo più consapevole? È necessario mantenere separate le due sfere della conoscenza umana e tecnologica? 

“Questa è una domanda ricorrente ogni volta che emergono nuove tecnologie. Come è successo con l’avvento delle calcolatrici, quando ci siamo chiesti se dovessero essere ammesse nelle aule e se avrebbero peggiorato l’apprendimento degli studenti. Poi abbiamo scoperto che permettevano agli studenti di concentrarsi su questioni più alte e più importanti da risolvere. Quindi, in un certo senso, ogni nuovo strumento sposta la linea su cosa è importante per noi sapere e credo che questo spostamento sia sempre un po’ scomodo all’inizio. La tecnologia ci permette di pensare a problemi molto più profondi e, più in generale, alle vere questioni su cui dovremmo concentrarci. E questo lo vediamo anche con l’IA generativa. Si tratta di un cambiamento in termini di ciò che è importante sapere. Noi esseri umani siamo molto bravi in questo, creiamo strumenti per migliorare il nostro modo di pensare, questo è il progresso.”

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