Intervista a Padre Philip Larrey, Boston College (USA)
Possiamo dire che l’intelligenza artificiale è la rivoluzione del nostro secolo?
“Se parliamo di rivoluzione digitale dobbiamo partire dal 1999, l’anno in cui Google è stato fondato, il motore del grande cambiamento per l’utilizzo di internet. Ma è nel nostro secolo, il XXI, che stiamo sperimentando una vera e propria rivoluzione con l’intelligenza artificiale. Una rivoluzione radicale perché l’intelligenza artificiale tocca ogni aspetto della vita umana, e che raggiungerà, tra qualche anno, il livello di intelligenza di un essere umano. Avremo quindi una artificial general intelligence, cioè un’intelligenza artificiale al pari di un essere umano a livello intellettuale. Ma non solo. Fra sette anni il livello di intelligenza artificiale sarà uguale alla capacità intellettuale dell’umanità intera. Anche Sam Altman, il cofondatore di OpenAI, dice che fra quattro anni ChatGPT sarà uguale a un essere umano.”
L’IA nel giro di pochi anni è entrata a far parte delle nostre vite. Se usata con coscienza è un bene l’introduzione dei sistemi di IA all’interno del contesto lavorativo, accademico, fino a processi industriali più complessi?
“Io ritengo di sì. Per esempio, nelle università è in corso il dibattito sul permettere o meno agli studenti di utilizzarla. Vedendo la velocità con cui aumenta la capacità delle intelligenze artificiali, c’è effettivamente il rischio che gli studenti sostituiscano l’originalità del proprio lavoro con contenuti fatti dall’IA. Tuttavia, non possiamo chiudere tutte le porte alle tecnologie che inevitabilmente stanno rimodellando la società. Ormai è inevitabile.”
Secondo lei da una parte l’intelligenza artificiale può intaccare la nostra capacità di sviluppo del pensiero critico?
“Non credo. Lo sviluppo del pensiero critico, che è parte fondamentale del mio corso, lo dobbiamo fare indipendentemente dell’intelligenza artificiale, perché questa non ci aiuta a pensare criticamente. Il software non sostituisce il lavoro che facciamo, però può aiutarci, creando quasi una sintonia tra noi e il software. Per me è una grande possibilità, qualcosa di molto positivo. Certo, dobbiamo stare attenti a non delegare tutto al software. Ma io sono ottimista e fiducioso in quanto la natura dell’essere umano è rendere più umano le cose che utilizza. E l’IA è uno strumento che noi useremo per le nostre finalità.”
Come dice lei, siamo noi a decidere se vogliamo mettere l’IA a capo delle nostre vite, cosa che probabilmente non faremo. L’uomo comunque è sempre stato il fautore di rivoluzioni che si sono rivelate positive nel tempo. Anche questa rivoluzione lo è? O stiamo creando qualcosa di più grande di noi?
“Entrambe, mi spiego meglio. È un quesito che dobbiamo porci soprattutto quando si raggiungeranno i livelli di intelligenza dell’artificial general intelligence e dell’artificial superior intelligence, quella che ci supererà a livello intellettuale. Allora sì, avremo creato qualcosa di molto grande che non sappiamo se saremo in grado di mantenerlo sotto controllo. Questo è il problema noto come alignment problem: come assicuriamo che queste intelligenze superiori alle nostre abbiano a cuore il nostro bene, che siano allineate con noi? Secondo Elon Musk – qualcosa che ripeto spesso – dobbiamo assicurare che le intelligenze artificiali ci considerino come parte interessante dell’universo, del cosmo, perché a quel punto non ci distruggeranno ma lavoreranno con noi. Forse è questo il futuro.”
di Susanna Fiorletta

