Intervista a Mario De Pizzo, giornalista Tg1 e nonresident
Senior Fellow Atlantic Council
Facciamo un quadro generale post elezioni Usa: quali sono i punti su cui secondo te bisogna focalizzare la riflessione?
“Innanzitutto, Trump ha vinto su due temi fondamentali, l’inflazione e l’immigrazione. Con Joe Biden gli Stati Uniti sono cresciuti notevolmente, ma il costo della vita è diventato insostenibile. E nemmeno l’intervento massivo dell’Inflation Reduction Act è riuscito a mitigarne le conseguenze, a partire dall’impatto devastante sulla vita di milioni di americani. Questo ha generato un clima di crescente insicurezza sociale e la domanda di protezione sociale ha fatto sì che l’elettorato si rivolgesse a una proposta che innanzitutto non avesse nulla a che fare con il governo uscente. Il buon lavoro di Biden è stato indebolito anche dalle sue condizioni fisiche; col passare dei mesi la situazione si è fatta gravissima. La debolezza del Presidente è diventata un ulteriore elemento di insicurezza per gli americani.”
E qui entra in gioco Kamala Harris.
“Harris si è concentrata molto su una politica per il ceto medio, per migliorarne le condizioni, ma non è stata ritenuta credibile dall’elettorato, neanche dalle minoranze: non ha raggiunto lo stesso consenso che ispanici e afromaericani avevano dato invece a Joe Biden. C’è da dire che gli Stati Uniti attraversano una fase in cui le diseguaglianze sociali sono fortissime. Per alcune minoranze le diseguaglianze generano forte disaffezione dalla vita istituzionale e un clima di sfiducia. C’è una questione enorme che riguarda il rispetto dei diritti degli afroamericani e soprattutto il loro posto nello spazio pubblico, la loro reale qualità della vita.”
Il cambio di corsa a soli tre mesi dalle elezioni, quali conseguenze, positive e negative, ha portato?
“Non ha avuto conseguenze negative. Il problema è, forse, che Biden avrebbe dovuto fare chiarezza sulle sue condizioni e quindi ritirarsi prima, consentire che gli altri candidati democratici si sfidassero già alle primarie. In estate era ormai troppo tardi. Biden è stato costretto a fare il passo indietro dalla classe dirigente dei democratici, guidati soprattutto da Nancy Pelosi che ha addirittura minacciato di pubblicare i suoi dati sanitari. Un confronto drammatico, quasi da congiura shakespeariana. Ma era comunque troppo tardi e in politica il tempismo è tutto, o quasi.”
La squadra di governo del presidente eletto fa già discutere prima del suo insediamento a gennaio. A livello di comunicazione e percezione, qual è il messaggio che vuole dare?
“Trump risponde alla sua constituency, fatta anche dalla galassia MAGA, il movimento che lui ha creato – Make America Great Again – e che aggrega tutta una serie di comunità. C’è di tutto, realmente. Il tratto comune è l’avversione per le élite (benché in molti ne facciano parte). Soprattutto combattono l’establishment democratico e delle città della costa occidentale e orientale. Trump vuole poi dare un’idea di fortissima discontinuità anche a livello di immaginario: parla di un ‘mondo di ieri’, quello dei democratici, e di un mondo nuovo fatto da tutti coloro che lo hanno sostenuto e lo sostengono.”
Sul piano internazionale Trump ha reso ben chiara la posizione degli Usa, con grandi ripercussioni per l’Unione Europea. In primis sul riequilibrio degli investimenti nell’alleanza Nato. Dobbiamo conformarci alle richieste degli Usa?
“Di fatto Trump dice all’Europa che i pasti gratis sono finiti, ma lo avrebbe detto anche Kamala Harris e questo soprattutto sul tema della difesa. Il primo finanziatore della resistenza ucraina sono gli Stati Uniti, ma la resistenza ucraina dovrebbe resistere innanzitutto grazie all’Ucraina e all’Europa. Quindi è giusto ed è ora che l’Europa assuma le sue responsabilità.
Il tema dell’incremento delle spese per la difesa era già nell’aria ai tempi di Bill Clinton, ma oggi non è più rinviabile. L’Europa potrebbe mostrarsi proattiva e iniziare quantomeno a ottimizzare gli investimenti in difesa attuando, per esempio, le proposte di Draghi nel suo report sulla competitività non solo sul comparto della difesa ma su tutta l’industria.
L’Europa, poi, deve restare unita ed evitare di andare in ordine sparso. Anche e soprattutto a Washington ora che c’è Trump, perché sappiamo che predilige una dinamica di rapporti bilaterale e transattiva. Per lui, le relazioni diplomatiche sono transazioni commerciali. Qualcuno dice che con lui è finito l’eccezionalismo americano, cioè quella missione degli Stati Uniti non solo di perseguire il proprio interesse ma anche di difendere democrazia e libertà in tutto il mondo. Trump si concentra sicuramente sull’interesse nazionale degli Stati Uniti e determina le sue priorità rispetto a ogni singolo alleato, a prescindere dalla storia del partenariato.
Di fronte a tutto ciò l’Europa ha il dovere di restare unita, di costruire un proprio interesse strategico e di difenderlo, ricordando che agli Stati Uniti ci unisce un comune senso e una comune storia di difesa proprio dei valori di democrazia e libertà.”
Quindi qual è la sfida per l’Europa ora?
“La sfida è diventare adulti e farlo insieme. Anche perché, sebbene tra i paesi europei ci sia qualche leader che gode della simpatia di Trump, è importante sapere che davanti all’interesse nazionale americano, la simpatia poi cade.”
di Susanna Fiorletta

