Intervista a Marco Margheri, Presidente World Energy Council Italia
Il 2024 è stato un anno di svolta per l’Occidente, soprattutto se pensiamo alle ultime elezioni statunitensi. Alla luce di queste, quali sono le opportunità e le sfide per l’Italia?
“Osservando il quadro dei rapporti transatlantici nell’ultimo anno possiamo individuare due processi già in atto che nel 2024 sono avanzati ulteriormente, sebbene in modo non necessariamente ordinato. Il primo è il progressivo emergere della competizione tra Stati Uniti e Cina come nuovo capitolo strategico della ‘great power competition’. Si tratta di uno scenario non radicalmente diverso dal passato – d’altronde, lo stesso Joe Biden all’inizio della sua presidenza aveva parlato di ‘extreme competition’ – ma con l’elezione di Donald Trump ci avviamo verso uno strumentario diverso nella competizione tra queste due grandi potenze globali, più forte e con meno spazio per quelle priorità di convergenza che Joe Biden aveva lasciato, come ad esempio il tema del cambiamento climatico (sul quale John Kerry – ex invitato per il clima statunitense, ndr – era riuscito a ingaggiare Pechino in modo costruttivo), che non saranno più priorità di policy dell’amministrazione Trump. Emergerà invece una priorità molto più stringente di dimostrare all’elettore americano che gli Stati Uniti stanno recuperando la leadership mondiale non solo sul piano tecnologico, finanziario e strategico, ma anche e soprattutto sul piano industriale e manifatturiero. Da qui il tema delle tariffe, anche se è ancora presto per riuscire ad articolare quale sarà il mix negoziale, che Donald Trump ha dimostrato di aver sempre saputo usare in modo particolarmente sorprendente nel corso del primo mandato. In sintesi, la strategia, ancora tutta da scrivere, che Donald Trump sceglierà di impiegare nella competizione con la Cina sarà più conflittuale ma continuerà un trend che non è nato con Trump.
La seconda grande dinamica, confermata dalle elezioni americane e rivelata all’Europa dal rapporto Draghi, è una focalizzazione straordinaria degli Stati Uniti sulla crescita economica. Quella che l’Economist ha definito ‘una delle economie più performanti della storia’ ha ciononostante espresso un giudizio non soddisfacente di sé tramite il processo elettorale, chiedendo invece ulteriori deregolamentazioni e un ulteriore slancio tecnologico e imprenditoriale. Il punto di vista europeo, invece, resta legato a un modello regolato, con lunghi processi di organizzazione della vita economica. Vedremo quindi un acuirsi delle differenze con la presidenza Trump, che sarà molto orientata al negoziato specifico sulla Nato e sulle spese militari, sulla bilancia commerciale, sulla tecnologia, sulle importazioni ed esportazioni dagli Stati Uniti. In tutto ciò l’Europa dovrà essere in grado di riorganizzarsi per riuscire a rispondere alla velocità e alle modalità della nuova amministrazione americana.
In tale contesto l’Italia ha delle opportunità particolarmente significative. La prima è di natura fattuale e deriva da un livello di stabilità politico-istituzionale odierno superiore a quello degli altri grandi paesi fondatori in Europa. Abbiamo una leadership riconosciuta negli Stati Uniti, che si poggia a sua volta su un sistema che con tutte le amministrazioni americane negli ultimi anni ha sempre dialogato bene su, per esempio, temi quali la politica estera (in particolare l’Ucraina), i grandi temi economici, economica, lo scacchiere multilaterale. C’è un allineamento che è stato riconoscibile indipendentemente dal governo di Roma e dal governo di Washington, e che oggi offre una finestra di opportunità all’Italia sia nella relazione bilaterale con gli Stati Uniti che nel ruolo di facilitatore della relazione tra Stati Uniti e Unione Europea.
Il secondo elemento di opportunità (e naturalmente di rischio, nel caso di una guerra tariffaria) è che anche l’Italia è un’economia manifatturiera e aperta al mondo. Con gli Stati Uniti, anche grazie alla Presidenza del G7, abbiamo in questi anni sviluppato diverse aree di interazione e collaborazione. Basti pensare al rapporto con l’Africa e all’azione italiana con il Piano Mattei, alla costruzione di modelli innovativi per i progetti di sviluppo (come nel caso del Corridoio di Lobito), ai grandi processi di ristrutturazione delle catene del valore (ad esempio sui minerali critici). Tutto questo verrà naturalmente saranno reinterpretato dall’amministrazione Trump e ci saranno cambiamenti di priorità e di impostazione anche significativi; tuttavia, nel contesto del rapporto con la Cina, resteranno filoni privilegiati di relazione bilaterale e, in generale, transatlantica.”
Parliamo di sicurezza energetica e decarbonizzazione. Anche con la nuova presidenza ci sarà continuità di dialogo con gli stakeholder americani – tanto delle istituzioni quanto del settore privato – sulle politiche di energia, clima e ambiente?
“Lo scenario attuale presenta delle differenze fondamentali sia rispetto alla prima presidenza Trump che rispetto all’inizio della presidenza Biden.
All’inizio della prima presidenza Trump, gli Stati Uniti erano sì orientati ad aumentare la propria capacità di produzione di idrocarburi, ma ancora non completamente autosufficienti e quindi non esportatori netti di energia; l’Europa invece era da un lato ancora straordinariamente agganciata al gas russo, e dall’altro promotrice di un modello soprattutto regolatorio di transizione energetica e lotta al cambiamento climatico.
L’avvento dell’Amministrazione Biden ha aperto al riconoscimento di una leadership europea sui temi del cambiamento climatico e al reingresso degli Stati Uniti nel quadro multilaterale della lotta al cambiamento climatico.
Nel 2024 entrambe queste circostanze sono profondamente mutate. A seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa ha perso una fonte centrale di sicurezza degli approvvigionamenti e di competitività dei costi energetici (pensiamo in particolar modo alla Germania) mentre gli Stati Uniti sono diventati un fornitore strategico di sicurezza energetica per l’Europa. Il gas naturale liquefatto che arriva dagli Stati Uniti oggi è infatti una componente essenziale del mix energetico di molti paesi europei. Non è stato il caso per l’Italia che, grazie all’azione del governo e di Eni, ha potuto ricostruire sulla “rotta Sud” un portafoglio di approvvigionamenti energetici sicuri. Le relazioni storiche del nostro Paese e di Eni in Africa ci hanno messo in condizione di eliminare sostanzialmente il gas russo dal nostro mix e sostituirlo con fonti differenti. In ogni caso, un primo elemento di novità che troviamo sul tavolo del presidente Trump è che oggi l’Europa è il primo mercato del gas naturale liquefatto americano.
Un secondo elemento di novità è che con la presidenza Biden – pensiamo in particolare a due provvedimenti chiave dell’amministrazione uscente, il Bipartisan Infrastructure Act e l’Inflation Reduction Act – gli Stati Uniti hanno sviluppato una politica molto vasta di promozione degli investimenti in tutti i settori della transizione energetica, dalla decarbonizzazione delle energie fossili a quelle rinnovabili fino ai nuovi breakthrough energetici. Tutto questo ha prodotto una massa di investimenti senza precedenti. Oggi, anche sul fronte della transizione energetica, gli Stati Uniti non sono più alla rincorsa dell’Unione Europea, ma sono una delle principali piattaforme di investimento e di sviluppo di nuove tecnologie nel mondo. Se è vero che l’Unione Europea ha garantito con le sue politiche una riduzione delle emissioni di circa un terzo, contro un 2% degli Stati Uniti, dobbiamo guardare che cosa è successo negli ultimi anni sull’intensità carbonica della crescita economica: gli Stati Uniti hanno ridotto del 55% la quantità di CO2 per ciascun dollaro di Pil. In questo numero dobbiamo leggere il successo di una politica energetica ‘all of the above’ – fondata peraltro sulla spinta agli investimenti del settore privato, in tutti i settori. Da un lato, gli Stati Uniti hanno conseguito una grande abbondanza di energie tradizionali fino al punto di metterle a disposizione del resto del mondo e di esportarle, ma dall’altro hanno generato una fortissima crescita di tutti gli investimenti nei percorsi di decarbonizzazione e di valorizzazione di ogni energia alternativa.
È interessante, peraltro, osservare come nell’architettura politica americana un’ampia fetta di questi investimenti in decarbonizzazione ed energia alternativa avvenga in Stati repubblicani, come Texas, Louisiana, Iowa. Sono comunità che certamente sosterranno la presidenza Trump contro impegni multilaterali sul clima, che sono percepiti dal presidente eletto e dal suo elettorato solo come restrizioni alla libertà economica; tuttavia, la sostanza della vita economica e industriale americana resterà comunque orientata a una pluralità di nuove soluzioni tecnologiche e verso molti settori che sono ormai entrati nelle priorità di investitori e mercati. Molte saranno anche rilevanti per l’Europa, dai veicoli elettrici (su cui pure l’Amministrazione Trump farà cambiamenti di policy), alla CCUS, ai biocombustibili avanzati, alle piattaforme legate al nuovo nucleare, come gli SMR (Small Modular Reactors), e l’energia da fusione, che anche Giorgia Meloni ha messo al centro delle attività del G7.
Per chiudere, oggi gli Stati Uniti per l’Europa sono un partner essenziale non solo nel progettare le politiche multilaterali, ma anche dal punto di vista della sicurezza energetica e della costruzione di catene del valore integrate sulle nuove tecnologie.”
Anche se ci sarà sicuramente una virata su alcune scelte ormai il percorso di transizione è intrapreso, non si torna indietro.
“Dobbiamo dividere due ragionamenti che in Europa consideriamo assolutamente uniti, ma che negli Stati Uniti vivono due vite parallele. C’è da un lato il tema delle politiche e della regolamentazione in materia di clima ed energia; su questo la presidenza Trump rappresenterà senz’altro una rottura rispetto all’amministrazione uscente, in particolare sul tema delle politiche e degli impegni multilaterali. Ma la presidenza Trump non cambierà le carte in tavola dal punto di vista della capacità di investimento delle aziende. Certamente, quando la nuova amministrazione comincerà a definire le proprie politiche energetiche alcune tecnologie godranno di un sostegno inferiore – pensiamo ad esempio agli incentivi per l’eolico e al ridisegno delle politiche per i veicoli elettrici (su cui è assai probabile che Elon Musk abbia voce in capitolo); ma altre, come il solare, la carbon capture, i biocombustibili, il nucleare che godono comunque di incentivi introdotti o potenziati dall’Amministrazione Biden, stanno dando vita a un grande flusso di investimenti soprattutto in territori dove l’elettorato è in prevalenza repubblicano. Quindi è immaginabile che ci sarà una revisione di alcune policy, che saranno riviste e modificate, ma la sostanza di progresso americano negli investimenti sulla filiera energetica a 360 gradi, tra energie tradizionali e nuove, non è destinata a cambiare.”
L’Italia rimane un partner strategico degli Stati Uniti anche per le competenze industriali e tecnologiche. Cosa accadrà adesso però con l’annuncio dei dazi? Il pericolo quanto è reale?
“Il tema delle tariffe è un pericolo reale per diverse ragioni. Primo perché si rischia un impatto forte sulla vita economica europea. L’economia tedesca e l’economia italiana dipendono dalle esportazioni, cioè dalla solidità del commercio internazionale, molto più di quanto l’economia americana dipenda da ciò che avviene fuori dagli Stati Uniti. È prematuro immaginare se, quando e come le tariffe verranno attuate: Trump in campagna elettorale ha parlato di un provvedimento orizzontale con tariffe importanti su tutti i prodotti di importazione, eventualmente disciplinati in una gerarchia tra paesi avversari e paesi amici; ad oggi è presto per capire quanto di questi annunci si rivelerà leva negoziale e quanto invece sarà oggetto di decisioni strutturali. Una cosa è certa: l’ipotesi che le tariffe si inseriscano in modo pesante nella relazione economica tra l’Europa e gli Stati Uniti è rischiosissima per la relazione transatlantica e per la relazione bilaterale con l’Italia.
Per quanto concerne il nostro paese, infatti, la penetrazione dei prodotti italiani negli Stati Uniti non si limita solo alle ‘tre F’ (food, furniture and fashion) che l’export italiano vede riconosciute nel mondo, ma si estende anche ai comparti ad alto tasso tecnologico quali l’aerospazio, la meccanica, la farmaceutica, la chimica, cioè una serie di settori straordinariamente importanti e delicati che dobbiamo tutelare. E’ fondamentale quindi che l’Italia nella relazione bilaterale e l’Europa nella relazione transatlantica riescano a costruire con l’amministrazione Trump un dialogo che preservi le catene del valore, anche accettando la prospettiva che questo possa significare per alcune catene del valore una scelta di campo rispetto alla Cina. Ci sarà dunque un meccanismo di allineamento strategico che andrà ben oltre il negoziato sulla singola tariffa.”
di Susanna Fiorletta

