Intervento di Antonio Funiciello,
Head of Identity Management di Eni
Il professore Abe Ravelstein, protagonista dell’omonimo e ultimo romanzo di Saul Bellow, così inquietava i suoi studenti, aspiranti filosofi all’Università di Chicago: “Con che cosa, in questa moderna democrazia, andrete incontro alle esigenze della vostra anima?”. Bellow aveva modellato Ravelstein su un suo caro amico, protagonista della scena filosofica di quegli anni, Allan Bloom, che nel 1987 aveva pubblicato The Closing of the American Mind: How Higher Education Has Failed Democracy and Impoverished the Souls of Today’s Students. Uno dei libri che, all’epoca della fine della storia, raccontava il rimbecillimento di un Occidente tronfio, malvestito, ma coi denti lucidissimi, magnificamente impersonato da matricole universitarie che si vantano a gran voce di sapere di non sapere, quando Socrate aveva impegnato tutta la sua vita per giungere a quella conclusione.
Leggendo il pamphlet di Lapucci e Lucchini, la domanda sull’anima – per chi crede di averne una e per chi no – fa un salto sul proscenio della memoria e ne conquista il centro. Perché la questione dell’umano è la questione dell’anima. E siccome il volto del demonio è ambiguo, ma quello dell’umano non scherza, si tratta di capire qual è il fattore umano che potrebbe indicarci “l’anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità”. Intendiamoci: Lapucci e Lucchini, bontà loro, non filosofeggiano astrattamente sul tema, ma lo immergono nelle acque sporche della contemporaneità. Ragionano sulla perduta centralità dell’umano in relazione alle sacrosante urgenze ESG e agli obiettivi dell’Agenda 2030, mostrando che solo un recupero di quella centralità potrebbe rilanciare le une e gli altri. Ma siamo maturi – si chiedono gli autori – per questa ri-centralizzazione? No, non lo siamo. E difatti loro ci scrivono un libro.
Verrebbe da obiettare: ma non è l’umano, o gli umani, che si sono infilati in un’epoca violenta e volgare di disgregazione, un’epoca disumana? Non sono gli umani che, dopo aver costruito un cinquantennio di pace e prosperità – pur tra mille contraddizioni: tocca dirlo per i lettori zelanti – da qualche tempo non fanno altro che muovere contro ogni strumento di aggregazione? Cosa sono mai stati il Piano Marshall, la NATO, l’ONU, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario, l’Unione Europea, il WTO, la costruzione di una Corte Penale Internazionale, se non umanissimi strumenti aggregativi di un ordine mondiale fondato sulla ricerca della pace? In fondo, ESG e SDG nascono dalla stessa ansia conciliativa. E se tutti quegli strumenti generavano certamente dall’umano, non è sempre da un altro umano – o dal disumano – che muovono desideri e progetti a loro opposti e contrari?
L’ambiguità dell’umano complica dannatamente la faccenda, perché il disumano ci appartiene e torna a imporsi come bussola. Il linguaggio stesso della dimensione pubblica si disumanizza, si fonda sulla fantasia delle menzogne e sulla ponderata contraffazione della verità. La comunicazione si inquina, diventa tossica: invece di fungere al suo innato scopo comunicativo, diventa il primo strumento di disgregazione. Siamo tutti così, accanto a Lapucci e Lucchini, come Diogene con la lanterna, alla ricerca dell’umano perduto. Ed è un gesto umano per eccellenza restare gli uni accanto agli altri, continuare a credere nell’H di human come in quella di Health e del diritto di tutti a essere curati, o come in quella di Happiness e della speranza di una vita felice.
Tra le tante domande intelligenti di questo libro, ce n’è un’altra che merita di essere ribadita: quale leadership per un’umanità che voglia ricacciare nell’ombra la propria disumanità? Il 2 luglio del 1932, alla Convention del Partito Democratico che, nel caldo appiccicoso di Chicago, lo indicava come proprio candidato alle elezioni presidenziali di novembre, Franklin Delano Roosevelt diceva: “L’umanità esce da ogni crisi, da ogni tribolazione, da ogni catastrofe, con una accresciuta dose di consapevolezza, di rispetto, di obiettivi più elevati”. Mentre i delegati cantavano, travolti da un ingiustificato ottimismo, Happy Days Are Here Again, Roosevelt chiamava l’America a un nuovo patto che riportasse la responsabilità dell’umano al centro dell’azione di governo. Sono passati novantatré anni, eppure val la pena continuare la ricerca, con la lampada di Diogene in una mano e col libro di Lapucci e Lucchini nell’altra.

