Intervento di Vincenzo Paglia,
Presidente Pontificia Accademia per la Vita
La Dottrina Sociale della Chiesa risale a Papa Leone XIII. Con la Rerum Novarum (1899), Papa Pecci auspicava l’avvento della solidarietà cristiana per contrastare l’emergente cultura del conflitto propria della ideologia socialista che stava emergendo, senza però sposare il liberismo prima maniera (quello del laissez-faire). Pio XI e Paolo VI hanno proseguito la riflessione su questi temi. Giovanni Paolo II – con la Centesimus annus (1999) – sostiene che il mercato è uno strumento di crescita del benessere più efficace degli aiuti di Stato e, per certi versi, del welfare. Poneva però due vincoli importanti alla logica interna del mercato: il rispetto del “giusto” salario e il diritto per i paesi poveri di non rimborsare i debiti contratti per sopravvivere. Benedetto XVI fa un passo avanti con la enciclica Caritas in Veritate (2009).
Nella globalizzazione il sistema dei poteri va pensato e attuato in modo sussidiario e poliarchico, come già sosteneva la dottrina sociale cattolica. La polis non può riferirsi ad un solo principio. Essa richiede l’intervento di tutti i corpi che la compongono. Dare un valore positivo ad un assetto sociale poliarchico vuol dire sostenere che la vita sociale corre un grave rischio ogni qual volta è posta sotto un solo potere, come avviene nelle moderne teorie dello Stato. Difendere le ragioni della poliarchia significa perciò contrastare la tendenza del potere politico, o di quello economico, o di quello scientifico a farsi assoluto. E questo a tutti i livelli. È necessario promuovere un ordine sociale poliarchico nel quale entrino – anche controllandosi e limitandosi reciprocamente – istituzioni, poteri e soggetti, i più diversi, comprese le religioni, che l’enciclica non manca di citare come nuovi attori sulla scena pubblica. In questa visione viene totalmente superata quella concezione di laicità che vede le istituzioni religiose relegate nel privato.
L’altro cardine è l’irriducibilità della persona umana a mero elemento delle dinamiche sociali. La persona umana è il fine di ogni azione dell’uomo, anche nella prospettiva sociale. Nessuna istituzione, a cominciare dallo Stato, può pretendere un potere assoluto, può esigere obbedienza incondizionata dalle coscienze o circoscrivere l’orizzonte della vicenda umana entro uno spazio ed un tempo. La centralità dell’uomo risponde alla convinzione che la persona umana è il cuore di ogni vero sviluppo, di ogni salda architettura sociale, compresa la polis. L’uomo non è ab-solutus, non è sciolto da tutti e da tutto.
La tentazione dell’autosufficienza – è la stessa che ebbero Adamo ed Eva: ossia mettersi al posto di Dio – porta l’uomo ad assolutizzare le sue scelte e le sue decisioni con danni talora irreparabili. Va ricordato che la nascita di un “problema economico”, che è essenzialmente un problema di buon uso delle risorse scarse, è proprio aver ceduto a questa tentazione causando ciò che possiamo definire la “fine dell’abbondanza”. La coscienza della libertà come limite – indispensabile sia ai credenti che ai non credenti – è la base che tiene uniti il rapporto dialettico tra la persona e la comunità.
Con Papa Francesco fa un passo avanti la consapevolezza del ruolo della persona nella società. Nel 2022, parlando ad un gruppo di studenti africani enunciò un principio importante: l’organizzazione supera il tempo. Lo spazio di azione – della Chiesa, delle società, della politica, dei governi, delle aziende – supera il tempo di lavoro delle persone singole. Ma appunto il lavoro è fatto dalle persone e sono loro al centro di tutto. È un principio fondamentale da ricordare nell’epoca degli algoritmi: vengono scritti da persone, con specifiche competenze e specifici compiti. Per questo l’impegno di ogni organizzazione deve andare in due direzioni: valorizzare il lavoro e la professionalità e promuovere un’etica del lavoro e nel lavoro. Leone XIII riassumeva tutto con l’espressione ottocentesca: dare all’operaio la giusta mercede. Oggi la mercede è senz’altro un salario equo ma anche una valorizzazione del lavoro individuale, inserito in un processo collettivo che serve alla singola azienda, nella prospettiva di un beneficio per l’intera società.

