SAPERE POCO DI TUTTO NON È SAPERE: SULLO SPIRITO CRITICO, TRA AI E SOCIAL

Emanuele Ranucci, Chief marketing officer Editoria Italia

Ipotizzando di essere svegli per 15 ore in un giorno, abbiamo 6.750 sessioni da 8 secondi, quindi migliaia di opportunità di informarci. Lo scroll è un libro o una libreria che non finisce mai e che sa quale vorremmo fosse la pagina o il libro successivo. Vivendo davanti allo schermo potremmo avere quindi l’opportunità di leggere in un solo giorno, dormendo 9 ore, 6.750 libri, o pagine di libri. Questa provocazione credo possa rappresentare uno spunto per poter analizzare insieme come l’informazione stia cambiando e come la cultura generale sia orientata verso la performance quantitativa e non qualitativa.

Ognuno di noi si trova a dialogare nella propria quotidianità con persone che sanno poco di tutto, che ci stupiscono nei primi tre minuti della conversazione per la conoscenza eterogenea dimostrata nel citare la curiosità legata a questo o quel gruppo indigeno dell’amazzonia, alla spiegazione scientifica dell’aurora boreale passando poi alla dimostrazione pratica di come separare gli zampironi antizanzare a spirale. Nozioni apprese dalla visione parziale di tre reels.

Nel 2025, l’informazione corre veloce. Talmente veloce da non poter essere più rincorsa con gli strumenti tradizionali. L’attenzione media online è di otto secondi, e probabilmente diminuirà ancora con la Generazione Alpha. Nei primi tre, l’utente stabilisce se restare o abbandonare un contenuto. Otto secondi, dunque, per convincere, spiegare, attrarre: troppo pochi per informare, abbastanza per incuriosire. È il tempo che abbiamo a disposizione per farci ascoltare. In questo contesto, gli editori si trovano a dover scegliere se piegare le proprie strategie a logiche sempre più marketing-centriche.

Il contenuto non guida più la linea: è la strategia a dirigere il contenuto, se da un lato ciò rappresenta una sfida stimolante per chi, come me, lavora nel marketing, dall’altro pone interrogativi profondi sulla qualità dell’informazione. I siti di informazione, oggi, devono sottostare alle regole imposte dagli algoritmi dei motori di ricerca: è Google a indicare quali contenuti sono “meritevoli” di visibilità. La priorità è il posizionamento e il valore editoriale cede il passo al trend topic. La personalizzazione delle homepage – che si tratti di feed social o risultati di ricerca – ha prodotto un’ulteriore deriva: ciascun lettore si muove in una bolla informativa, leggendo solo ciò che rafforza le proprie convinzioni o rispecchia i propri interessi.

Questo restringe l’orizzonte cognitivo, indebolisce la cultura generale e impoverisce il dibattito pubblico. Si leggono notizie solo su ciò che già si conosce o interessa, per meno di un minuto, ignorando tutto il resto. Nel frattempo, il fenomeno delle fake news si presenta come uno tsunami che le piattaforme tentano di arginare con mezzi inadeguati. Paradossalmente, i siti più controllati – ovvero le testate registrate, monitorate da enti come Google o NewsGuard – sono anche quelli che producono meno disinformazione. A rimanere incontrollati sono blog anonimi, siti improvvisati e account social che pubblicano senza alcuna responsabilità e che in termini quantitativi producono più audience di quelli prima citati.

In questo caos, è fondamentale ricordare che i giornali – seppur in calo quantitativo – mantengono un valore qualitativo centrale. Sono sempre percepiti come fonte autorevole. Anche tra i giovani, è una costante nei commenti e nelle discussioni offline l’utilizzo del “l’ho visto sul giornale”, come certificazione di garanzia. Sui social, una pagina cartacea condivisa restituisce autorevolezza più di mille post. È vero per Gen Z e Alpha la TV e la carta stampata sono canali di informazione marginali, ma la percezione della loro autorevolezza non è ancora stata scalfita.

Per questo i brand continuano a considerare prioritario essere menzionati su testate giornalistiche e l’élite culturale e istituzionale continua, ogni mattina, a ricevere quantomeno la rassegna stampa. In questo scenario, l’intelligenza artificiale rappresenta una rivoluzione già in atto. Ma per evitare di condannare chi mi legge alla lettura di banalità, mi concentro su due punti ancora parzialmente ignorati, la scelta delle parole e l’ia come strumento di selezione naturale. Su questo primo punto lascio volutamente una riflessione aperta senza giudizi personali: l’ia sceglie le parole in base a un processo statistico-probabilistico, date certe istruzioni. Noi, invece, le parole le pensiamo e le scegliamo attraverso un atto intenzionale influenzato da un’infinità di fattori e da un lavoro della mente e, a volte, del cuore. Ogni sinonimo ha una sfumatura diversa, ogni termine evoca memorie, citazioni, significati.

Il secondo punto riguarda la consapevolezza di utilizzo di questo strumento. I giovani della Gen Z hanno vissuto l’esperienza dello studio, della sottolineatura sui libri, dei bignami e dei riassunti che spesso non erano sufficienti, si sono scontrati con la necessità di analizzare un testo stabilendo autonomamente le parti più e meno utili per un determinato esame, conversazione, speech. L’intelligenza artificiale non “ucciderà” la Gen Alpha: sarà, piuttosto, un’ulteriore freccia per la faretra di curiosi, studiosi e appassionati ma sarà anche un sedativo per i mediocri, per chi vive solo di scorciatoie. Non escluderei inoltre che non saranno proprio gli “alpha” più consapevoli a distinguersi, creando una nuova moda globale: quella del ritorno alla carta e all’approfondimento. Perché il mondo dell’informazione cambia ma la sete di conoscenza, quella vera, sa sempre reinventarsi.

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