Intervento di Alessandro Papini,
Direttore Comunicazione e Relazioni esterne di Assolombarda
Non si fa una rivoluzione senza comunicazione. E la rivoluzione in atto nelle nostre società è di portata globale. Perché coinvolge il significato stesso dell’esistenza dell’uomo nella sua relazione sostenibile con il pianeta. Ad accorgersene per primi non sono stati i politici e le istituzioni governative ma le nuove generazioni, orfane dei gloriosi appigli ideali (e ideologici) che avevano permeato i sogni del Novecento e strenuamente proiettate alla ricerca di una dimensione umana del vivere collettivo. La sostenibilità, letta in connessione con questioni sociali, economiche e politiche, come la giustizia climatica, la decolonizzazione ambientale e la transizione energetica equa, si apre a una narrazione mobilitante e a nuove forme di attivismo che si collocano al di fuori delle tradizionali famiglie politiche, su una scala transnazionale in cui il locale e il globale si intrecciano per necessità.
Il problema è che nel tempo della post-comunicazione la rivoluzione verso un vivere più sostenibile non può esistere senza una grande meccanica comunicativa. Mi riferisco a un approccio narrativo che supporti i cambiamenti culturali accompagnando i processi di trasformazione dei comportamenti. Perché le “resistenze” sono potenti e, sovente, foriere di proselitismi agili che conducono a spiegazioni efficaci, immediate e di facili evidenze.
La società digitale – che il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han chiama “società della trasparenza” – non rafforza la spiegazione e l’interpretazione dei fenomeni in atto, ma “favorendo una connessione costante (e superficiale) svuota la comunicazione della sua capacità di creare legami autentici”. Un dispositivo digitale che spinge all’iper-esposizione, trasformando la società in una vetrina continua, con il rischio di annullare la profondità e la complessità dell’esperienza umana. Analogamente si manifestano le “resistenze”, sostenute da codici dominanti e da una comunicazione costante e rassicurante che, ribadendo in modo insistente e ripetitivo la centralità dei criteri ESG, ha finito per svuotarne paradossalmente i valori fondanti.
ESG e la crisi di vocazione
Con la rapida diffusione e l’intensificazione del dibattito su questi temi generato e alimentato dai media digitali, una parte dell’opinione pubblica ha cominciato a percepire gli ESG non più come autentiche linee guida per una crescita responsabile, quanto piuttosto come la manifestazione di un eccesso ideologico. Percezione peraltro rafforzata da un approccio alle politiche ESG giudicato rigido e prescrittivo, poco in sintonia con i bisogni comunicativi di un cambiamento sociale che richiederebbe invece tempi più dilatati e una più profonda interiorizzazione dei suoi significati.
La polarizzazione del dibattito pubblico sugli ESG, dominato da posizioni estreme, sembra aver generato una sorta di “fatica sociale” nei confronti dei temi legati alla sostenibilità. Questo non solo perché la narrazione si è concentrata quasi esclusivamente su obblighi e vincoli, trascurando le esigenze produttive e la sostenibilità economica delle imprese – finendo così per allontanare proprio quegli attori economici che dovrebbero essere protagonisti della transizione verso modelli più sostenibili – ma anche, e soprattutto, per via della progressiva disumanizzazione della dimensione identitaria della questione.
Hanno ragione gli autori quando affermano che per contrastare tale deriva riduzionistica aziendale del modello ESG, non basterà un ripensamento critico degli ESG, mirato a renderli strumenti realmente efficaci e pragmatici. E nemmeno una, pur necessaria, informazione in grado di evidenziare i concreti benefici economici e sociali derivanti da pratiche sostenibili e dell’applicazione degli ESG mediante un approccio equilibrato e inclusivo.
Lo sforzo dovrà essere più imponente. E dovrà abbracciare i problemi del senso dell’esistenza umana nel suo rapporto armonico con il pianeta, recuperando lo sguardo a un orizzonte più generale: “salute, umanità, leadership compassionevole e inclusiva devono avere l’obiettivo di raggiungere quella fuggevole dimensione che, dalla nascita del pensiero, ha un nome semplice e possibile: felicità”.
L’integrazione del fattore umano nei criteri ESG rappresenta dunque un autentico cambio di paradigma, capace di superare le limitazioni di un approccio prevalentemente quantitativo e misurativo della sostenibilità. La dimensione umana introduce, al contrario, valori essenziali come l’empatia, la dignità, la relazionalità autentica e l’etica. Questi valori non sono semplicemente aggiunte accessorie, ma costituiscono il cuore di una sostenibilità che mette al centro le persone, le loro relazioni e il loro benessere nell’equilibrio con il villaggio globale interconnesso
Ripartire dal sapere, per raggiungere l’umano
Prendendo in prestito le parole di Edmund Husserl, c’è bisogno di una nuova narrazione dell’umano: “l’uomo che nei nostri tempi tormentati, si sente in balìa del destino”; l’uomo e i suoi problemi più scottanti, vale a dire “quei problemi che sono decisivi per un’umanità autentica” e ai quali l’approccio tecnicista degli ESG non è in grado non solo di fornire una risposta, ma neppure di dare ascolto e raccoglierne le domande. L’essere umano si comprende attraverso il racconto di sé: l’identità non è qualcosa di fisso, ma si costruisce nel tempo, attraverso le storie che narra su se stesso e sugli altri.
Ecco perché occorre ripartire dal sapere. Quel sapere necessario ad aprire nuovi percorsi di consapevolezza che conducano a una diversa idea del sé e del noi. E in questo senso la comunicazione assume sempre maggiore centralità. Specie se intesa nella sua natura di relazione e di interazione tra persone, e non come astratto veicolo di marketing, alimentato e distorto per giunta dalle piattaforme digitali.
Non solo, quindi, un cambio di narrazione dei criteri ESG verso un’identità meno tecnicista e più sentita dalle persone e dalle comunità. Ma una nuova ambizione comunicativa, che punti a valorizzare i vari campi del sapere e le intelligenze collettive in una comune riprogettazione dell’essere in relazione con se stessi e il Pianeta.Coinvolgere l’insieme delle discipline umanistiche in un racconto corale sulla crescita sostenibile costituisce una delle sfide più significative del nuovo umanesimo. Un modello che mira a ridare vigore e trasparenza a un approccio sintetizzato efficacemente dagli autori con l’espressione ESG+H. Dove la “H”, che richiama il fattore umano, assume in questo contesto un valore più ampio, diventando emblema di un nuovo stile comunicativo, definito da papa Francesco nel suo messaggio per il Giubileo della comunicazione con il termine Hopetelling. In quest’ottica, riscoprire l’umano significa riportare al centro valori essenziali come l’ascolto autentico, la comprensione e il rispetto reciproco, promuovendo una comunicazione più positiva, autentica e costruttiva, orientata alla crescita personale e alla partecipazione attiva di ciascuno al futuro della propria comunità.
Alessandro Papini
Direttore Comunicazione e Relazioni Internazionali della Provincia di Milano e docente di Comunicazione pubblica e nuovi media presso l’università IULM di Milano. Laurea in scienze politiche con specializzazione in comunicazione, è giornalista, autore di saggi e articoli scientifici. Tra i più giovani comunicatori istituzionali italiani, ha lavorato per enti pubblici e sistema privato. È stato consulente del Ministero dell’Economia (2003-2008) per i progetti twinnings di comunicazione internazionale. Nel 2010 e nel 2011 è stato visiting scholar presso la George Washington University. Ha recentemente pubblicato Post-comunicazione. Istituzioni, società e immagine pubblica nell’età delle reti” (2014) e La Comunicazione pubblica locale (2012) per Guerini Editore.

